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Ad un anno dai fatti di Rosarno..

Rosarno un anno dopo, tutto è rimasto come prima. “Per cambiare bisogna avere i diritti” | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano.

Corriere Immigrazione: Rosarno un anno dopo: sit-in degli africani a Roma.

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“[..]E’ un problema nostro o è un problema di un governo che non sa dare risposte e che vuole mantenere la gente in nero perché così è ricattabile e così costruiscono l’Expo a Milano a 3 euro all’ora?”

Ho seguito decine di dibattiti sull’immigrazione, sulla clandestinità, sulla sicurezza, sul rapporto tra immigrati e delinquenza, ma queste sono le parole più belle, più vere, più giuste che io abbia mai ascoltato: lo Stato, al di là dei suoi proclami, non ha nessuna intenzione di combattere realmente la clandestinità perché ci fa troppo comodo avere a disposizione una manodopera debole e ricattabile, da sfruttare e schiavizzare. Il problema è che la maggioranza degli italiani non capisce che in questo modo si stanno erodendo i diritti, non solo dei lavoratori stranieri, ma di tutti i lavoratori e che questi ragazzi sulla gru di Brescia stanno protestando non solo per i diritti degli  stranieri, ma per i diritti di tutto noi. “Gli africani salveranno l’Italia” è il titolo di un bel libro di Antonello Mangano uscito qualche mese fa. Non so se la salveranno, sicuramente ci stanno provando. Almeno loro.

” [..]un uomo carestia, un uomo insulto, un uomo tortura

che si può colpire in ogni momento, fracassargli le

ossa, ucciderlo-ucciderlo davvero- senza dover rendere conto

a nessuno senza dover presentare scuse a

nessuno

un uomo ebreo

un uomo pogrom

un cane

un accattone[..]”

Il documentario “Il sangue verde” di Andrea Segre (andato in onda qualche giorno fa su Rai Tre) mi ha richiamato alla mente questi versi del “Diario del ritorno al paese natale” di Aimé Césaire, pubblicato nel 1939. Il grande poeta martinicano parla degli ultimi, degli esclusi del cosiddetto “Terzo Mondo”, di quei “dannati della terra” che proprio in quegli anni iniziavano ad alzare la testa per rivendicare la propria dignità ed indipendenza. Oggi però, dopo 70 anni, siamo costretti a constatare che la schiavitù esiste ancora, che ci sono ancora uomini trattati come cani perché di un colore diverso di pelle, uomini la cui vita vale poco o niente. Uomini-pogrom. Uomini-carestia. Uomini-insulto. E sono qui tra di noi ma non li vediamo o non li vogliamo vedere. Sono qui a raccogliere, per una miseria, le arance, i pomodori, i meloni,etc..tutti quei prodotti della nostra cucina, vero e proprio marchio di fabbrica dell’italianità, che orgogliosamente esportiamo in tutto il mondo. E se questi uomini osano ribellarsi ai soprusi subiti vengono umiliati, picchiati, gambizzati, uccisi come è successo a Rosarno in questi ultimi anni.

“Il sangue verde” racconta la storia di  Abraham, John, Amadou, Zongo, Jamadu, Abraham e Kalifa, sette migranti africani protagonisti della “rivolta di Rosarno” che raccontano in prima persona, da loro punto di vista, questa vergognosa pagina della storia recente italiana.

il link per vedere il documentario:

Video Rai.TV – Doc3 – Il sangue Verde.

il blog:

il sangue verde.

about me

26 anni, lettrice accanita, studentessa vagabonda, aspirante antropologa, o in alternativa, allevatrice di asini

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Quache anno fa lo scrittore tedesco Peter Schneider affermava che, nonostante la caduta del muro, la gente di Berlino continuava ad avere “il muro in testa”. La barriera reale, fatta di cemento e sabbia, era stata abbattuta ma la linea di separazione tra "noi" e "loro", tra Est e Ovest restava ancora lì, presente e viva, nella mente dei berlinesi. Ovviamente gli abitanti della capitale tedesca non erano e non sono i soli ad avere un muro in testa. Tutti inevitabilmente ne abbiamo uno, inconsistente, immateriale ma estremamente solido: è quell’insieme di idee, stereotipi, pre-giudizi, classificazioni, attraverso il quale tracciamo confini, barriere, decidiamo chi è il diverso, lo straniero, l’altro. Lo scopo del blog è quindi quello di condividere il mio personale e imperfetto sforzo, non certo di abbattere questo muro, pretesa eccessiva e illusoria, ma perlomeno di aprire una breccia, scavare tra i mattoni alla ricerca di fessure che permettano di lanciare uno sguardo a ciò che c’è dall’altra parte, a ciò che per abitudine o indifferenza, tendiamo ad escludere dal nostro orizzonte di intelligibilità, di senso, di vita.

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"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare." Tiziano Terzani

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