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“Il muro in testa” spegne la sua prima candelina…=) colgo l’occasione per ringraziare tutti quelli che, spesso casualmente, sono “inciampati” in queste pagine lasciando commenti, riflessioni e parole sempre originali e interessanti. Buona giornata a tutti!

Alessandra

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Quando non sono troppo carica di valigie e pacchi, e nonostante i disagi che Trenitalia ogni volta, implacabilmente, riserva, mi piace viaggiare in treno: adoro osservare gli altri passeggeri, captare le loro conversazioni, immaginare le loro vite, adoro guardare il paesaggio che muta da una regione all’altra, da una città all’altra e adoro quel dondolìo costante del treno che mi rilassa e mi predispone alla lettura. Ieri, viaggiando da Genova a Mantova, ho letto “In principio era Darwin” di Piergiorgio Odifreddi: il libretto è una difesa appassionata dell’evoluzionismo, il linguaggio è chiaro, efficace ed ironico in pieno stile Odifreddi. Ciò che più mi ha colpito del libro, però, è una poesia d’amore, originale e toccante, che di certo non mi aspettavo di trovare in un libro del famoso e “impertinente” matematico. Eccola qui:

opera di Vittorio Varrè

Quando tu eri un girino e io un pesce,
ai tempi del Paleozoico,
il mio cuore traboccava di allegra vitalità
perchè ti amavo già allora.

Poi siamo stati anfibi, squamati e codati,
abbiamo dondolato sugli alberi della giungla,
ci siamo appostati in attesa del mammouth,
abbiamo inciso ossa e dipinto caverne.

E così, di vita in vita e di amore in amore,
percorriamo la catena del cambiamento.
Il nostro amore è antico,e così le nostre vite:
chissà che un giorno non rivivremo tutto ancora?

Langdon Smith, Evoluzione

 

Vorrei che dopo la mia morte si facesse della mia pelle una valigia

Paul Morand, Viaggiare

Innamoratevi, dilapidate la gioia, sperperate l’allegria!

“E, aperta la camicia sullo sterno, affondasti la lingua dentro al mio cuore nudo”

Walt Whitman, Foglie d’erba

Non è mia abitudine occuparmi, in questo blog, di fatti di cronaca, ma quello che è successo recentemente alla stazione Anagnina di Roma mi ha profondamente toccata. Ricordiamo brevemente i fatti: venerdì scorso, in seguito ad una lite scaturita per futili motivi, un ragazzo italiano, tale Alessio Burtone, ha colpito con un pugno violentissimo in pieno volto l’infermiera rumena Maricica Hahaianu, la quale in seguito è morta per le conseguenze dell’aggressione. Un episodio di cronaca brutto,”stupido”, di quelli che non vorremmo sentire, ma che ci impone, a mio avviso, una riflessione più profonda sul vuoto e sull’ ipocrisia in cui sembra sprofondata l’Italia di oggi.  Innanzitutto, vorrei puntare l’attenzione sull’aggressore, un ragazzo di vent’anni che la madre e gli amici si ostinano a definire un “bravo ragazzo”, che è stato “sfortunato” a trovarsi nella situazione sbagliata, un ragazzo che qualche mese fa scriveva sul suo profilo facebook “nn ce credo ke esiste gente ke querela pe 1 destro in faccia fate ride” “a rompe i cojoni je aregge, poi se sbrokki xò kiamano le guardie… manco avessi esagerato se parla de 1 destro o spendi + de avvocato ke quello ke te do de risarcimento booooooooo”(precedente inquietante alla luce di quello che poi è successo).  Questo ragazzo, come tanti altri purtroppo (a partire dai suoi amici che dicono che è tutta colpa di quella “rumena di merda”), è il tipico “bullo”, un prodotto delle periferie degradate delle nostre città, di quella mentalità da ultras che si è infiltrata nelle teste di tanti giovani. Altro che gioventù bruciata…è una gioventù corrosa da un vuoto esistenziale, intellettuale, morale, una gioventù potenzialmente “mostruosa” . In secondo luogo vorrei mettere in evidenza il comportamento dei media e di alcuni nostri concittadini che hanno cercato, a tutti i costi, delle scusanti per quel gesto di violenza inaudita: ieri il Corriere riportava l’intervista dell’avvocato difensore del ragazzo che dichiarava “Ha avuto paura e ha reagito” e addirittura del comandante dei Carabinieri:“Non aveva capito la gravità del gesto, è sconvolto”. Si cerca se non di scusare l’assassino, di “umanizzarlo”, di rappresentarlo come un “bravo ragazzo” che non si è reso conto di ciò che ha fatto. Ma io mi chiedo: e se fosse successo il contrario? Se un rumeno avesse aggredito (e ucciso) con cotanta violenza una donna italiana? Apriti cielo, molti avrebbero invocato la pena di morte per questi “immigrati”, questi “barbari”, queste “bestie” che non condividono i nostri valori, la nostra cultura etc; ma se è un italiano a fare lo stesso gesto ci si arrampica sugli specchi in cerca di giustificazioni: forse“quella lì” se l’è andata un po’ a cercare (come ha detto un testimone e non pochi lettori di vari forum), forse lui ha perso un po’ la testa.. ma sì, in fondo, come ha detto sua mamma, deve essere un bravo ragazzo. D’altra parte non è mica un marocchino o un rumeno.

Razzismo strisciante, parzialità etica e intellettuale,  totale mancanza di empatia nei confronti di chi non è dei “nostri”: sono questi gli aspetti, emersi da questa triste vicenda di cronaca,  che più mi hanno suscitato un senso di vergogna e disgusto.

E poi penso che c’è un bambino che crescerà senza madre per colpa di un “bravo ragazzo” nostrano e mi vergogno ancora di più e mi vien voglia di chiedergli scusa.

In questi ultimi anni ho vissuto in sette città diverse. Sette vite. Una quantità indefinita di valigie, zaini, trolley trascinati faticosamente tra aeroporti, stazioni, metrò. E in ogni viaggio, ad ogni partenza, un miscuglio di sensazioni potenti e contraddittorie: l’eccitazione per la novità, il senso di libertà e di avventura si accompagnano sempre ad un’angoscia, sottile ma implacabile, che fodera lo stomaco e che fa venir voglia di annullare tutto, di restarsene a casa tra abitudini, persone e cose conosciute e rassicuranti. E in questi giorni, alle prese con l’ennesima partenza, sono di nuovo da capo: sballottata in un mare in tempesta di sensazioni, pensieri, gioie e ansie, mi domando come mai ancora non sono riuscita a “fare il callo” a questo senso di incertezza e di inadeguatezza che mi attanaglia ogni volta che varco la soglia di casa. Immersa in queste riflessioni mi sono rifugiata in libreria (come sempre quando sono un pò turbata, triste o nervosa), e curiosando tra gli scaffali, ho scovato, sovrastato e nascosto da tomi ben più voluminosi, un piccolo e “timido” libro di Andrea Semplici, “In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull’arte di partire”. Il libricino si presenta come una sorta di nota a margine di ” In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuscinski (di cui ho già parlato in qualche post precedente), ma è soprattutto una riflessione breve e folgorante sull’arte del viaggio e del partire. Le prime pagine in particolare mi hanno regalato brividi di piacere: sembrano scritte apposta per me, danno forma, come un abito fatto su misura, alle sensazioni che ho cercato di descrivervi. E ancora una volta, con meraviglia, ho dovuto constatare come i libri, oggetti apparentemente inerti e muti, hanno il potere di dare vita a inaudite risonanze e invisibili corrispondenze, alleggerendo il peso della nostra inevitabile solitudine.

“Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento. Non credete a chi si mostra deciso, privo di dubbi e incertezze. Nasconde sensazioni incomprensibili e contraddittorie. Lui stesso non vuole crederci: ha sognato e desiderato per mesi questo momento e ora come è possibile che non voglia più partire? E’ qualcosa di inspiegabile. Nasconde, dietro il sorriso, una stanchezza improvvisa, un indefinibile senso di solitudine. Nella sua testa stanno passando, come cavalli a galoppo, mille saggie ragioni che suggeriscono di non andare. La partenza è un momento di fine e di inizio. E’ necessario, crdetemi, trovare coraggio. Occore coraggio nel cancellare ogni dubbio e affrontare quel ‘momento di fare spazio al proprio sogno-bisogno’. E ne occorre tanto per sciogliere gli ormeggi e mollare la cima che ci tiene legati alla banchina. ‘Fa’ salpare il tuo sogno, ficcaci dentro la tua scarpa’, dice il poeta romeno Paul Celan.Non sempre è facile.”

Andrea Semplici, In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull’arte di partire

AUTUNNO

Le foglie cadono da lontano, quasi

giardini remoti sfiorissero nei cieli;

con un gesto che nega cadono le foglie.

Ed ogni notte pesante la terra

cade dagli astri nella solitudine.

Tutti cadiamo. Cade questa mano,

e così ogni altra mano che tu vedi.

Ma tutte queste cose che cadono, Qualcuno

con dolcezza infinita le tiene nella mano.

Rainer Maria Rilke

“…No, è impossibile; è impossibile comunicare la sensazione di vita di qualsiasi fase della propria esistenza- ciò che ne costituisce la verità, il significato- l’essenza sottile e penetrante. E’ impossibile. Si vive come si sogna- soli..”

Joseph Conrad, Cuore di tenebra

“Ci vuol coraggio, ci vuole determinazione, ci vuole fantasia, ma le possibilità ci sono. Non è che tutte le porte sono chiuse, che il mondo è già tutto sprangato e i posti sono già presi dagli altri. Ma per nulla! Io trovo che la cosa più bella che un giovane possa fare è di inventarsi un lavoro che corrisponde ai suoi talenti, alle sue aspirazioni, alla sua gioia, e senza quella arrendevolezza che sembra così necessaria per sopravvivere. “Ah ma io non posso perché..” Tutti possono. Ma capisci quello che dico? Bisogna inventarselo! Ed è possibile, possibile, possibile.”

Tiziano Terzani, “Per i giovani” in La fine è il mio inizio


about me

26 anni, lettrice accanita, studentessa vagabonda, aspirante antropologa, o in alternativa, allevatrice di asini

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Quache anno fa lo scrittore tedesco Peter Schneider affermava che, nonostante la caduta del muro, la gente di Berlino continuava ad avere “il muro in testa”. La barriera reale, fatta di cemento e sabbia, era stata abbattuta ma la linea di separazione tra "noi" e "loro", tra Est e Ovest restava ancora lì, presente e viva, nella mente dei berlinesi. Ovviamente gli abitanti della capitale tedesca non erano e non sono i soli ad avere un muro in testa. Tutti inevitabilmente ne abbiamo uno, inconsistente, immateriale ma estremamente solido: è quell’insieme di idee, stereotipi, pre-giudizi, classificazioni, attraverso il quale tracciamo confini, barriere, decidiamo chi è il diverso, lo straniero, l’altro. Lo scopo del blog è quindi quello di condividere il mio personale e imperfetto sforzo, non certo di abbattere questo muro, pretesa eccessiva e illusoria, ma perlomeno di aprire una breccia, scavare tra i mattoni alla ricerca di fessure che permettano di lanciare uno sguardo a ciò che c’è dall’altra parte, a ciò che per abitudine o indifferenza, tendiamo ad escludere dal nostro orizzonte di intelligibilità, di senso, di vita.

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"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare." Tiziano Terzani

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