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De noche, amada, amarra tu corazón al mío
y que ellos en el sueño derroten las tinieblas
como un doble tambor combatiendo en el bosque
contra el espeso muro de las hojas mojadas.

Nocturna travesía, brasa negra del sueño
interceptando el hilo de las uvas terrestres
con la puntualidad de un tren descabellado
que sombra y piedras frías sin cesar arrastrara.

Por eso, amor, amárrame el movimiento puro,
a la tenacidad que en tu pecho golpea
con las alas de un cisne sumergido,

para que a las preguntas estrelladas del cielo
responda nuestro sueño con una sola llave,
con una sola puerta cerrada por la sombra.

Pablo Neruda

-De nuit, aimée, unis ton cœur au mien:
que ils dissipent l’obscur dans notre sommeil
comme un double tambour combattant dans le bois
contre l’épais rempart des feuilles mouillées.

Nocturne traversée, braises noires du sommeil
interceptant le fil des raisins terrestres
avec la ponctualité ainsi d’un train absurde
et sans cesse traînant l’ombre et les pierres froides.

pour cela, amour, relie-moi à ce mouvement pur,
à la ténacité qui ta poitrine frappe
avec les ailes d’un cygne englouti.

pour qu’aux questions étoilées du ciel
réponde notre sommeil avec une seule clé,
avec une seule porte fermée par l’ombre.-

 

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Papavero-e-filo-spinato

SALMO

Oh, come sono permeabili le frontiere umane!
quante nuvole vi scorrono sopra impunemente,
quanta sabbia del deserto passa da un paese all’altro,
quanti ciottoli di montagna rotolano su terre altrui
con provocanti saltelli!

Devo menzionare qui uno a uno gli uccelli che trasvolano
che si posano sulla sbarra abbassata?
Foss’anche un passero-la sua coda è già all’estero,
benché il becco sia ancora in patria. E per giunta, quanto si agita!

Tra gli innumerevoli insetti mi limiterò alla formica,
che tra la scarpa sinistra e la destra del doganiere
non si sente tenuta a rispondere alle domande “ Da dove? ” e “ Dove? ”

Oh , afferrare con un solo sguardo tutta questa confusione,
su tutti i continenti!
Non è forse il ligustro che dalla sponda opposta
contrabbanda attraverso il fiume la sua centomillesima foglia?
E chi se non la piovra, con le lunghe braccia sfrontate,
viola i sacri limiti delle acque territoriali?

Come si può parlare di un qualche ordine,
se non è nemmeno possibile scostare le stelle
e sapere per chi brilla ciascuna?

E poi questo riprovevole diffondersi della nebbia!
E la polvere che si posa su tutta la steppa,
come se non fosse affatto divisa a metà!
E il risuonare delle voci sulle servizievoli onde dell’aria:
quei pigolii seducenti e gorgoglii allusivi!

Solo ciò che è umano può essere davvero straniero.
Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e vento.

Wislawa Szymborska

Stamattina, aprendo la homepage del Corriere, mi sono imbattuta in questo articolo molto interessante di Marco Antonsich sul blog “La Città Nuova”  L’autore, in merito alla controversa questione dello ius soli, si pone una semplicissima ma quantomai complessa domanda “Noi chi siamo?” 

Cosa significa essere italiani?

Ecco, a me sembra di aver trovato una meravigliosa risposta in una poesia scritta quasi un secolo fa da Giuseppe Ungaretti, un gigante della letteratura italiana, il quale vide l’Italia per la prima volta solamente a 24 anni dopo essere nato e cresciuto in terra araba, ad Alessandria d’Egitto.

ITALIA

Sono un poeta

un grido unanime

sono un grumo di sogni

Sono un frutto

d’innumerevoli contrasti d’innesti

maturato in una serra

Ma il tuo popolo è portato

dalla stessa terra

che mi porta

Italia

E in questa uniforme

di tuo soldato

mi riposo

come fosse la culla

di mio padre

Il meticciato non è un fenomeno nuovo, recente, legato alle ondate migratorie degli ultimi anni. lL’Italia è una terra meticcia da sempre, tutti noi siamo “frutti di innumerevoli contrasti di innesti”. Leghisti e simili, fatevene una ragione e aprite un libro di storia, magari.

ODE AL PRIMO GIORNO DELL’ANNO

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.

Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.

Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.

Giorno dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.

Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!

Pablo Neruda

 

Marc Chagall, Sole giallo

Henri Matisse, Gioia di vivere

ANNO NUOVO

L’ultimo giorno dell’anno
non è l’ultimo giorno del tempo.
Altri giorni verranno
ed altre cosce e ventri ti comunicheranno il calore della vita.
Bacerai bocche, strapperai lettere,
farai viaggi e tanti festeggiamenti
di compleanni, laurea, promozioni, gloria, una morte dolce con sinfonie e cori,
tanto che il tempo sarà colmo e non sentirai il clamore,
gli irreparabili ululati
del lupo, nella solitudine.

L’ultimo giorno del tempo
non è l’ultimo giorno di tutto.
Avanza sempre una frangia di vita
in cui si siedono due uomini.
Un uomo e il suo contrario,
una donna e il suo piede,
un corpo e la sua memoria,
un occhio e la sua luce,
una voce e la sua eco,
e chissà anche Dio…

Accetta con semplicità questo dono del caso.
Ti sei meritato un altro anno di vita.
Vorresti vivere per sempre e consumare la feccia dei secoli.
Tuo padre è morto, anche tuo nonno.
Anche in te molto si è estinto, il resto sbircia la morte,
ma sei vivo. Ancora una volta sei vivo,
e col bicchiere in mano
attendi l’alba.

La risorsa del bere.
La risorsa della danza e del grido,
la risorsa della palla colorata,
la risorsa di Kant e della poesia,
tutte insieme… e nessuna serve.

É tutto pulito, in ordine.
Il corpo esausto si rinnova nella schiuma.
Tutti i sensi all’erta funzionano.
La bocca sta masticando vita.
La bocca s’ingozza di vita.
La vita scorre dalla bocca,
imbratta le mani, la strada.
La vita è grassa, oleosa, mortale, surrettizia.

Carlos Drummond de Andrade

Quando non sono troppo carica di valigie e pacchi, e nonostante i disagi che Trenitalia ogni volta, implacabilmente, riserva, mi piace viaggiare in treno: adoro osservare gli altri passeggeri, captare le loro conversazioni, immaginare le loro vite, adoro guardare il paesaggio che muta da una regione all’altra, da una città all’altra e adoro quel dondolìo costante del treno che mi rilassa e mi predispone alla lettura. Ieri, viaggiando da Genova a Mantova, ho letto “In principio era Darwin” di Piergiorgio Odifreddi: il libretto è una difesa appassionata dell’evoluzionismo, il linguaggio è chiaro, efficace ed ironico in pieno stile Odifreddi. Ciò che più mi ha colpito del libro, però, è una poesia d’amore, originale e toccante, che di certo non mi aspettavo di trovare in un libro del famoso e “impertinente” matematico. Eccola qui:

opera di Vittorio Varrè

Quando tu eri un girino e io un pesce,
ai tempi del Paleozoico,
il mio cuore traboccava di allegra vitalità
perchè ti amavo già allora.

Poi siamo stati anfibi, squamati e codati,
abbiamo dondolato sugli alberi della giungla,
ci siamo appostati in attesa del mammouth,
abbiamo inciso ossa e dipinto caverne.

E così, di vita in vita e di amore in amore,
percorriamo la catena del cambiamento.
Il nostro amore è antico,e così le nostre vite:
chissà che un giorno non rivivremo tutto ancora?

Langdon Smith, Evoluzione

Chi sei tu, o mio io?

Siamo due sulla via e nella resurrezione uno.

Portami nella luce della dissolvenza perché veda

il mio divenire nell’altra immagine di me.

Chi potrò essere dopo di te, o mio io? Il mio corpo

è dietro di me o davanti a te? O tu, chi sono io?

creami come ti ho creato, cospargimi di olio di

mandorle, incoronami con una ghirlanda di cedro.

E portami dal letto del fiume a una bianca eternità.

Insegnami la vita a modo tuo,

provami, atomo del mondo sublime,

aiutami nel tedio dell’eternità e sii clemente,

quando mi ferirai e dalle mie vene spunteranno rose…

Mahmud Darwish, Murale

Donna allo specchio (Pablo Picasso)

Giorno e notte, senza sonno,

il grande tempo veglia

sopra l’incognito,

sopra l’inesistente,

sopra il futuro

incerto e sconosciuto.

Rabindranath Tagore, Scintille

AUTUNNO

Le foglie cadono da lontano, quasi

giardini remoti sfiorissero nei cieli;

con un gesto che nega cadono le foglie.

Ed ogni notte pesante la terra

cade dagli astri nella solitudine.

Tutti cadiamo. Cade questa mano,

e così ogni altra mano che tu vedi.

Ma tutte queste cose che cadono, Qualcuno

con dolcezza infinita le tiene nella mano.

Rainer Maria Rilke


Pensa agli altri

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish

about me

26 anni, lettrice accanita, studentessa vagabonda, aspirante antropologa, o in alternativa, allevatrice di asini

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Quache anno fa lo scrittore tedesco Peter Schneider affermava che, nonostante la caduta del muro, la gente di Berlino continuava ad avere “il muro in testa”. La barriera reale, fatta di cemento e sabbia, era stata abbattuta ma la linea di separazione tra "noi" e "loro", tra Est e Ovest restava ancora lì, presente e viva, nella mente dei berlinesi. Ovviamente gli abitanti della capitale tedesca non erano e non sono i soli ad avere un muro in testa. Tutti inevitabilmente ne abbiamo uno, inconsistente, immateriale ma estremamente solido: è quell’insieme di idee, stereotipi, pre-giudizi, classificazioni, attraverso il quale tracciamo confini, barriere, decidiamo chi è il diverso, lo straniero, l’altro. Lo scopo del blog è quindi quello di condividere il mio personale e imperfetto sforzo, non certo di abbattere questo muro, pretesa eccessiva e illusoria, ma perlomeno di aprire una breccia, scavare tra i mattoni alla ricerca di fessure che permettano di lanciare uno sguardo a ciò che c’è dall’altra parte, a ciò che per abitudine o indifferenza, tendiamo ad escludere dal nostro orizzonte di intelligibilità, di senso, di vita.

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"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare." Tiziano Terzani

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