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Vorrei scrivere delle proteste che stanno coinvogendo molti giovani tunisini e algerini in questi giorni, purtroppo ora ho poco tempo (ma ci tornerò sopra presto, inshallah). Comunque, siccome l’argomento mi sta particolarmente a cuore, ho voluto scrivere lo stesso un post a riguardo, lasciando però la parola a Gabriele Del Grande, uno che le storie dei ragazzi che “stanno al di là del mare” le conosce bene e sa raccontarle con un’empatia e un’umanità sempre più rare.

Questo è l’articolo pubblicato stamattina sul sito di Fortress Europe:

Un uomo non può rimanere a guardare

C’è un video su youtube che mostra i volti senza vita di alcuni dei 20 ragazzi ammazzati dalla polizia tunisina durante gli scontri dell’8 gennaio a Kasserine e Thala [..] Guardandoli ho pensato ai tanti volti dei ragazzi che ho incontrato in questi anni sulle rotte del Mediterraneo. Giovani che con lo stesso coraggio sfidavano la morte in mare. Perché quando la frustrazione cresce ti sembra di non avere più niente da perdere, se non i sogni da inseguire. E allora mi sono venuti in mente i loro padri. I padri dei ragazzi morti in piazza contro il regime tunisino. E i padri dei ragazzi morti in mare sulla rotta per l’Europa. E ho ritirato fuori questa intervista a Kamel. Lo incontrai a Annaba, in Algeria, due anni fa, all’indomani di una importante vittoria di calcio della nazionale algerina. Mérouan, suo figlio, classe 1982, è partito tre anni fa per la Sardegna, ed è sparito in mare. Forse le parole di suo padre, rilette a distanza, aiutano a capire perché, nella Tunisia e nell’Algeria di oggi, un uomo non può rimanere a guardare. 

 

Annaba, Algeria, novembre 2009
«I politici accusano i giovani di essere traditori, di non essere nazionalisti perché bruciano le frontiere, quando è tutto il contrario. Ma lo vedi quanto amore per la propria terra, quanta energia! Sono loro i veri nazionalisti, e i politici i veri traditori.

Hai visto Hicham, il fratello di Ikram Hamza. La Guardia costiera gli ha ucciso il fratello e lui scende a festeggiare con la maglia della nazionale algerina. Sai perché? Perché ama davvero il suo Paese. Mentre altri che dicono di amarlo non lo amano per niente e stanno rubando il futuro ai nostri ragazzi. E allora mi rattristo perché ved o tutti questi giovani in piazza con una bandiera. Tutta questa energia per una partita di calcio. E so che domani, quando sarà passata l’euforia, tornerà tutto come prima. Non sarà cambiato niente.

Ma sono loro la maggioranza del Paese, i giovani. E se un giorno scenderanno in piazza con la stessa energia a chiedere dignità, lavoro, futuro, riprenderanno il Paese in mano. Perché questo Paese appartiene a loro. Non a quella banda di farabutti che mangia sulle nostre spalle. Mio figlio queste cose le ha capite prima di me. Per quello è partito. Un uomo non può rimanere a guardare. Qui siamo come imprigionati. È come a Gaza. Siamo circondati da un muro. Hai una bambina malata e devi rischiare la vita per attraversare un fottuto tunnel sotterraneo per andare a Rafah a comprarle le medicine che non trovi a Gaza. È la stessa situazione. La Francia che ha ucciso mio zio e mio cugino, la Francia che ha scopato mia nonna, oggi mi chiude la porta in faccia. La Francia che mi ha costretto a parlare la sua lingua e che ancora oggi mi parla di francofonia, mi impedisce di andare a vedere l’opera a Parigi»

Il giorno in cui i giovani scenderanno in piazza, sembra arrivato.

Gabriele Del Grande, Fortress Europe, 10/01/11

link:

Fortress Europe: Un uomo non può rimanere a guardare.

Ad un anno dai fatti di Rosarno..

Rosarno un anno dopo, tutto è rimasto come prima. “Per cambiare bisogna avere i diritti” | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano.

Corriere Immigrazione: Rosarno un anno dopo: sit-in degli africani a Roma.

ODE AL PRIMO GIORNO DELL’ANNO

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.

Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.

Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.

Giorno dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.

Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!

Pablo Neruda

 

Marc Chagall, Sole giallo

about me

26 anni, lettrice accanita, studentessa vagabonda, aspirante antropologa, o in alternativa, allevatrice di asini

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Quache anno fa lo scrittore tedesco Peter Schneider affermava che, nonostante la caduta del muro, la gente di Berlino continuava ad avere “il muro in testa”. La barriera reale, fatta di cemento e sabbia, era stata abbattuta ma la linea di separazione tra "noi" e "loro", tra Est e Ovest restava ancora lì, presente e viva, nella mente dei berlinesi. Ovviamente gli abitanti della capitale tedesca non erano e non sono i soli ad avere un muro in testa. Tutti inevitabilmente ne abbiamo uno, inconsistente, immateriale ma estremamente solido: è quell’insieme di idee, stereotipi, pre-giudizi, classificazioni, attraverso il quale tracciamo confini, barriere, decidiamo chi è il diverso, lo straniero, l’altro. Lo scopo del blog è quindi quello di condividere il mio personale e imperfetto sforzo, non certo di abbattere questo muro, pretesa eccessiva e illusoria, ma perlomeno di aprire una breccia, scavare tra i mattoni alla ricerca di fessure che permettano di lanciare uno sguardo a ciò che c’è dall’altra parte, a ciò che per abitudine o indifferenza, tendiamo ad escludere dal nostro orizzonte di intelligibilità, di senso, di vita.

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"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare." Tiziano Terzani

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