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Ho da poco finito di leggere un piccolo libro suggestivo (già citato in qualche posto precedente): “Quando cadono i muri” (edito da Nottetempo) di Edouard Glissant e Patrick Chaimoiseau, due scrittori martinicani, eredi di Aimé Cesaire e teorici della creolità. Il libretto si configura come una riflessione breve ma densa sul tema dell’identità. I due autori individuano e analizzano due tipi di identità: l’“identità a radice unica” (l’identità-muro) e l’”identità relazionale”. La prima caratterizza lo Stato-nazione: è un’identità “forte”, dotata di confini precisi. La seconda si basa su una concezione dinamica secondo la quale ogni identità collettiva è aperta e si deve rapportare con il mondo, con l’altro. Nel Tutto-Mondo (concetto “aperto” che gli autori contrappongono al concetto “chiuso” di Stato-nazione) nessuna cultura, nessuna civiltà raggiunge la pienezza di sé se non entra in relazione con le altre, in un incontro di immaginari liberi e diversi che si fecondano reciprocamente. In base a questo distinzione, Glissant e Chaomoiseau riflettono poi su alcuni temi di attualità: a tal proposito due sono i punti degni di nota. Primo: gli autori evidenziano il carattere “economico”, più che culturale, di molti muri contemporanei: “I muri che si costruiscono oggi (con il pretesto del terrorismo, dell’immigrazione selvaggia o del dio migliore) non si innalzano tra civiltà, culture e identità, ma tra povertà e sovrabbondanza, tra ebbre ma inquiete e opulenze e sterili asfissie”. Secondo: gli autori muovono una critica radicale nei confronti del Ministero dell’Immigrazione, dell’Integrazione e dell’Identità (istituito dal  presidente francese Nicolas Sarkozy), contro il quale hanno anche redatto un appello per denunciarne l’assurdità e l’inconsistenza.

La riflessione dei due scrittori caraibici  si inscrive quindi all’interno del pensiero postmoderno (e postcoloniale)  che esalta le identità “deboli, creole e meticcie. Glissant e Chaimoiseau però, per fare questo, hanno optato per uno stile poetico più che saggistico, uno stile ricco di venature evocative e parole pregnanti. Ed è proprio tale aspetto, a mio avviso, a rendere la lettura di questo volumetto particolarmente godibile.

L’appello contro il Ministero francese dell’Immigrazione, dell’Integrazione, dell’Identità:

I muri minacciano tutto il mondo, dall’uno e dall’altro lato della loro oscurità. Finiscono per inaridire ciò che si è già disseccato sul versante della miseria, finiscono per inasprire le reazioni d’ansia che si manifestano sull’altro versante, quello dell’abbondanza. La relazione con l’altro (con qualunque altro, nelle sue presenze animali, vegetali, culturali e, di conseguenza, umane) ci indica la parte più alta, più rispettabile, più feconda di noi stessi. Che cadano i muri.

Noi chiediamo che tutte le forze umane d’Africa, d’Asia, d’Europa, delle Americhe, che tutti i popoli senza Stati, tutti i “repubblicani”, tutti i sostenitori dei “diritti dell’uomo”, gli abitanti dei paesi più piccoli, gli isolani e gli erranti degli arcipelaghi, così come coloro che percorrono i continenti, chiediamo che tutti gli artisti, gli uomini e le donne colti e quelli che trasmettono il sapere, che tutte le autorità al servizio dei cittadini o quelle di buona volontà, che coloro che modellano e creano, levino, in tutte le forme possibili, una protesta contro questo muro-Ministero che cerca di farci adattare al peggio, di abituarci poco a poco all’insopportabile, di portarci a frequentare, in silenzio e fino al rischio della complicità, l’inammissibile.

Tutto il contrario della bellezza.

Sto leggendo “L’ identità etnica: storia e critica di un concetto equivoco”, un bel libro dell’antropologo Ugo Fabietti. Il saggio si configura come una sorta di viaggio all’interno del concetto di “etnia”, nozione che viene prima spiegata e ricostruita in una geneaologia rigorosa, e poi criticata e “decostruita” con gli strumenti dell’antropologia culturale (della “ragione antropologica”, come direbbe l’autore).  Seguendo questo itinerario di pensiero, Fabietti arriva a negare l’esistenza dell'”etnia” come “realtà empirica”, come “dato naturale”. L’etnia, secondo la tesi dell’autore,  è una “finzione”, una costruzione simbolica prodotta da determinate circostanze storiche, politiche e sociali. L’etnia è un’ invenzione, frutto di un processo di “esagerazione” della differenza culturale (un eccesso di cultura, direbbe Marco Aime) e di “estrazione” di alcuni dati da un continuum socio-culturale indistinto e sincretico. Seguendo il filo di queste riflessioni, Fabietti si sofferma sul concetto di “autenticità”. La domanda che l’antropologo si pone (e ci pone) è la seguente: “Esistono (o sono esistite) culture pure, incontaminate, autentiche?” La risposta di Fabietti (e di buona parte dell’antropologia contemporanea) è decisamente no. Non ci sono culture pure. E , molto probabilmente, non ci sono nemmeno mai state. Le culture sono da sempre il risultato di incontri, scontri, contaminazioni. Le culture sono, per loro natura, impure,  contaminate, “bastarde”.

In quest’ottica la parodia del “buon cittadino americano”, che Ralph Linton faceva leggere ai suoi studenti nel corso della prima lezione di antropologia (post precedente), ci introduce, con un stile ironico e provocatorio, a riflessioni fondamentali dell’antropologia contemporanea, che proprio attraverso questo lavoro di decostruzione di discorsi diffusi e comuni, di idee preconcette e stereotipate, “scuote” la nostra mente, mette in discussione nozioni date per scontate, svelando così il suo apporto “radicale” e critico al pensiero contemporaneo.

In  quest’ottica decostruzionista, Fabietti, ispirandosi proprio a Linton, scrive:

“Una delle molteplici ironie che segnano la storia delle relazioni europee con il resto del mondo è – ha scritto Bernand Cohn- che molti di quelli che noi riteniamo esseri degli indicatori di autenticità degli aborigeni nordamericani furono creati dal contatto con gli europei. I pali totemici che adornano i parchi delle città della costa canadese del Pacifico furono scolpiti grazie all’uso di asce metalliche; la società degli “indiani delle praterie” non sarebbe mai esistita, così come l’abbiamo conosciuta, senza il cavallo introdotto dagli spagnoli, così come le coperte e i gioielli dei navajo non avrebbero mai potuto essere confezionati senza le pecore e gli utensili portati dai conquistadores, né potrebbero essere oggi ancora fabbricati per la delizia dei turisti alla ricerca dei prodotti “autentici” dell’artigianato indiano. Appaiono così in una luce più “seria” le spiritose e ironiche osservazioni di  Linton sull’ idea che di se stesso ha il “buon cittadino medio”.

“Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell’India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente addomesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell’Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani. Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell’Europa meridionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe dell’Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell’antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del XVII secolo. Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete che sono un’antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta una nuova serie di elementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è di acciaio, lega fatta per la prima volta nell’India del Sud, la forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dell’originale romano. Prende il caffè, pianta abissina, con panna e zucchero. Sia l’idea di allevare mucche che quella di mungerle ha avuto origine nel vicino Oriente, mentre lo zucchero fu estratto in India per la prima volta. Dopo la frutta e il caffè, mangerà le cialde, dolci fatti, secondo una tecnica scandinava, con il frumento, originario dell’Asia minore.
Quando il nostro amico ha finito di mangiare, si appoggia alla spalliera delle sedie e fuma, secondo un’abitudine degli indiani d’America, consumando la pianta addomesticata in Brasile o fumando la pipa, derivata dagli indiani della Virginia o la sigaretta, derivata dal Messico. Può anche fumare un sigaro, trasmessoci dalle Antille, attraverso la Spagna. Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all’estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano”.

Ralph Linton

Ho appena finito di guardare il  documentario “Ulysse Clandestin”  del regista francese Thomas Lacoste. Il lungometraggio è una sorta di film-manifesto per la soppressione del Ministero dell’Identità Nazionale e dell’Immigrazione che, dalla sua creazione nel 2007  (fortemente voluta dell’attuale presidente Nicolas Sarkozy), ha scatenato polemiche e dibatti infuocati nell’Esagono. Il film tratta quindi dell’immigrazione e dell’identità francese e lo fa attaverso due modalità diverse ma intrecciate: da un lato possiamo ascoltare le parole di eminenti studiosi transalpini del calibro di Françoise Heritier, Tzvetan Todorov, Marcel Etienne etc che, attraverso gli strumenti di varie discipline (antropologia, storia etc) analizzano, in modo intenso e problematico, la questione dell’identità francese e il suo rapporto con il fenomeno migratorio, dall’altro vi è una voce fuori campo che narra il viaggio, attraverso il deserto e  il mare, di un’immigrata clandestina verso l’Europa. Il film si configura  così come un intreccio di più voci: quelle degli studiosi, voci importanti, note, prestigiose e quella fuori campo anonima, senza volto, “clandestina” ma presentata come altrettanto autorevole e degna di essere ascoltata. Vi consiglio di vederlo e di ascoltarlo (però, per il momento, è solo in francese).

“Ulysse Clandestin”, un film (93′) pour la nécessaire suppression du ministère de l’Immigration et de l’Identité nationale, est un long métrage de Thomas Lacoste avec la participation des historiens Pap Ndiaye (EHESS), Gérard Noiriel (EHESS), Tzvetan Todorov (CNRS) et Sophie Wahnich (CNRS), des anthropologues Michel Agier (EHESS), Marcel Detienne (EPHE), Françoise Héritier (Collège de France) et Emmanuel Terray (EHESS) et des sociologues Luc Boltanski (EHESS) et Eric Fassin (ENS).

link:

La Bande Passante.

Pour la suppression du ministère de l’Identité nationale et de l’Immigration.

“Pour soutenir cette initiative et les futurs films, vous pouvez acheter le DVD 12€ (frais de port inclus) par paiement en ligne sur le site http://www.labandepassante.org ou par chèque à l’ordre de L’Autre association, 3 rue des Petites Ecuries, F-75010 Paris. Merci de nous informer de toutes initiatives afin que nous relayons l’information sur nos différents sites à info@labandepassante.org.”

Sarkozy: «Togliere la cittadinanza ai criminali di origine straniera» – Corriere della Sera.

A Grenoble, Sarkozy dégaine tous azimuts – Libération.

Sarkozy dégaine les clichés et cible les immigrés – Libération.

Sarkozy: “Via la cittadinanza francese a chi attacca la polizia” – Repubblica.it.

“Il presidente mette nel mirino tutta la comunità francese d’origini straniere, colpendo un principio inviolabile dalla Liberazione: la non distinzione tra francesi d’origine e francesi acquisiti”

Mi spiace vedere la Francia, la mia amata Francia, scendere a livelli quasi berlusconiani..:(

“La radice non è più un perno, an chouk, non uccide più quello che trova intorno a sé, corre (che lo si voglia o no, che la si muri o la si condizioni), a incontrare altre radici con le quali condivide il succo della terra.”

Patrick Chamoiseau, Edouard Glissant, Quando cadono i muri

Ho da poco finito di leggere un piccolo libro suggestivo (già citato in qualche post precedente): “Quando cadono i muri” (edito da Nottetempo) di Patrick Chamoiseau e Edouard Glissant, i due più importanti scrittori martinicani, eredi di Aimé Cesaire e teorici della creolità. Il libretto è una riflessione breve ma densa sul tema dell’identità. I due autori individuano e analizzano due tipi di identità: l'”identità a radice unica” (l’identità-muro) e l'”identità relazionale“. La prima caratterizza lo Stato-nazione: è un’identità “forte”, dotata di confini precisi. La seconda invece fa leva su una concezione dinamica secondo la quale ogni identità collettiva è aperta, si deve continuamente rapportare con il mondo, con l’altro. Nel Tutto-mondo (concetto “aperto” che gli autori oppongono al concetto “chiuso” di Stato-nazione) nessuna cultura, nessuna civiltà raggiunge la pienezza se non entra in relazione con le altre, in un incontro di immaginari diversi che si fecondano reciprocamente. Non esiste identità senza alterità, dunque. In base a questa distinzione Glissant e Chaimoseau riflettono, poi, su alcuni temi di attualità: due punti, a mio parere, sono degni di nota. Primo:  gli autori mettono in evidenza il carattere “economico”, più che culturale, di molti muri contemporanei: “I muri che si costruiscono oggi (con il pretesto del terrorismo, dell’immigrazione selvaggia o del dio migliore) non si innalzano tra civiltà, cultre o identità, ma tra povertà e sovrabbondanza, tra ebbre e inquiete opulenze e sterili asfissie“. Secondo: gli autori muovono una critica radicale nei confronti del Ministero dell’Immigrazione, dell’Integrazione e dell’Identità istituito dal presidente francese Nicolas Sarkozy, contro cui hanno anche redatto un appello per denunciarne l’assurdità e l’inconsistenza.

La riflessione dei due autori caraibici si inscrive quindi nel pensiero postmoderno (e postcoloniale) che esalta le identità “deboli”, creole, meticce. Glissant e Chaimoseau però, per fare questo, hanno optato per un stile poetico più che saggistico, uno stile ricco di venature evocative e parole pregnanti. Ed è proprio tale aspetto, a mio parere, a rendere la lettura di questo volumetto particolarmente godibile.

L’appello contro il Ministero francese dell’Immigrazione, dell’Integrazione e dell’Identità:

I muri minacciano tutto il mondo, dall’uno e dall’altro lato della loro oscurità. Finiscono per inaridire ciò che si è già dissecato su versante della miseria, finiscono per inasprire le reazioni d’ansia che si manifestano sull’altro versante, quello dell’abbondanza. La relazione con l’altro (con qualunque altro, nelle sue presenze umane, vegetali, cullturali e, di conseguenza, umane) ci indica la parte più alta, più rispettabile, più feconda di noi stessi. Che cadano i muri.

Noi chiediamo che tutte le forze umane d’Africa, d’Asia, d’Europa, delle Americhe, che tutti i popoli senza Stati, tutti i “repubblicani”, tutti i sostenitori dei “diritti dell’uomo”, gli abitanti dei paesi più piccoli, gli isolani e gli erranti degi arcipelaghi, così come coloro che percorrono i continenti, chiediamo che tutti gli artisti, gli uomini e le donne colti e quelli che tramettono il sapere, che tutte le autorità al servizio dei cittadini o quelle di buona volontà, che coloro che modellano e creano, levino, in tutte le forme possibili, una protesta contro questo muro-Ministero che cerca di farci adattare al peggio, di abituarci poco a poco a l’insopportabile, di portarci a frequentare, in silenzio e fino al rischio della compicità, l’inammissibile.

Tutto il contrario della bellezza.

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26 anni, lettrice accanita, studentessa vagabonda, aspirante antropologa, o in alternativa, allevatrice di asini

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Quache anno fa lo scrittore tedesco Peter Schneider affermava che, nonostante la caduta del muro, la gente di Berlino continuava ad avere “il muro in testa”. La barriera reale, fatta di cemento e sabbia, era stata abbattuta ma la linea di separazione tra "noi" e "loro", tra Est e Ovest restava ancora lì, presente e viva, nella mente dei berlinesi. Ovviamente gli abitanti della capitale tedesca non erano e non sono i soli ad avere un muro in testa. Tutti inevitabilmente ne abbiamo uno, inconsistente, immateriale ma estremamente solido: è quell’insieme di idee, stereotipi, pre-giudizi, classificazioni, attraverso il quale tracciamo confini, barriere, decidiamo chi è il diverso, lo straniero, l’altro. Lo scopo del blog è quindi quello di condividere il mio personale e imperfetto sforzo, non certo di abbattere questo muro, pretesa eccessiva e illusoria, ma perlomeno di aprire una breccia, scavare tra i mattoni alla ricerca di fessure che permettano di lanciare uno sguardo a ciò che c’è dall’altra parte, a ciò che per abitudine o indifferenza, tendiamo ad escludere dal nostro orizzonte di intelligibilità, di senso, di vita.

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"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare." Tiziano Terzani

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