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“Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile.”

Ryszard Kapuscinski, In viaggio con Erodoto

 

Vado in Marocco..alla prossima settimana!=)

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Il titolo del post non fa riferimento alla potenziale ricchezza (inter)culturale dei migranti, ma alla ricchezza materiale, effettiva che gli immigrati portano allo Stato italiano. Il dossier Caritas-Migrantes 2010, pubblicato in questi giorni, infatti, ha messo in evidenza che gli immigrati pagano di tasse più di quanto ricevano in servizi. Riporto l’ intero passaggio sugli aspetti economici dell’ immigrazione:

Gli immigrati assicurano allo sviluppo dell’economia italiana un contributo notevole: sono circa il 10% degli occupati come lavoratori dipendenti, sono titolari del 3,5% delle imprese, incidono per l’11,1% sul prodotto interno lordo (dato del 2008), pagano 7,5 miliardi di euro di contributi previdenziali, dichiarano al fisco un imponibile di oltre 33 miliardi di euro. Il rapporto tra spese pubbliche sostenute per gli immigrati e i contributi e le tasse da loro pagati (2.665.791 la stima dei dichiaranti) va a vantaggio del sistema Italia, specialmente se si tiene conto che le uscite, essendo aggiuntive a strutture e personale già in forze, devono avere pesato di meno. Secondo le stime riportate nel Dossier le uscite sono state valutate pari a circa 10 miliardi di euro: (9,95): 2,8 miliardi per la sanità (2,4 per gli immigrati regolari, 400 milioni per gli irregolari); 2,8 miliardi per la scuola, 450 milioni per i servizi sociali comunali, 400 milioni per politiche abitative, 2 miliardi a carico del Ministero della Giustizia (tribunale e carcere), 500 milioni a carico del Ministero dell’Interno (Centri di identificazione ed espulsione e Centri di accoglienza), 400 milioni per prestazioni familiari e 600 milioni per pensioni a carico dell’Inps. Le entrate assicurate dagli immigrati, invece, si avvicinano agli 11 miliardi di euro (10,827): 2,2 miliardi di tasse, 1 miliardo di Iva, 100 milioni per il rinnovo dei permessi di soggiorno e per le pratiche di cittadinanza, 7,5 miliardi di euro per contributi previdenziali. Va sottolineato che negli anni 2000 il bilancio annuale dell’Inps è risultato costantemente in attivo (è arrivato a 6,9 miliardi), anche grazie ai contributi degli immigrati. Per ogni lavoratore, la cui retribuzione media è di 12.000 euro, i contributi sono pari a quasi 4.000 euro l’anno.”

Inoltre come ricorda un articolo di Repubblica di oggi:

Attualmente è pensionato tra gli immigrati 1 residente ogni 30; tra gli italiani 1 ogni 4. Nel 2025, i pensionati stranieri saranno circa 625mila. A tale data, tra i cittadini stranieri vi sarà circa 1 pensionato ogni 12 persone, mentre tra gli italiani il rapporto sarà di circa 1 a 3.”

Questi dati freddi e bruti dimostrano, che ci piaccia o no, che gli immigrati sono (e saranno) una risorsa economica fondamentale per il sistema-Italia: come ha affermato Franco Pittau, coordinatore del dossier della Caritas, “non è concepibile il futuro dell’Italia senza l’apporto degli immigrati, e questo in ogni campo e settore, dall’economia all’andamento demografico”.

link:

Immigrazione Dossier Statistico – Caritas Migrantes.

Cambia il pianeta immigrazione quasi 5 milioni i “nuovi italiani” – Repubblica.it.

Questo diario non vuole essere un resoconto dettagliato di un viaggio, ma vuole farvi partecipi dello spirito di un luogo. Tiziano Terzani scriveva che “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa [..] e poi seguire il bandolo di una matassa e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove”. Nel mio viaggio in Marocco di qualche mese fa ho trovato la mia “miniera” nel Café Hafa di Tangeri. Hafa in arabo significa limite, confine e il nome non potrebbe essere più azzeccato per questo caffè inerpicato su un promontorio che si affaccia sulla Baia di Tangeri, e dal quale si vedono nitidamente le luci della Spagna, che dista solo 14 chilometri dalla costa marocchina. Il Café Hafa sembra, quindi, essere un luogo sospeso tra due mondi, tra cielo e mare, tra Atlantico e Mediterraneo, tra l’Africa, terra amata quanto amara, e quell’Europa così desiderata, sognata, vicina- sembra quasi di poterla toccare- ma, allo stesso tempo, così distante, inaccessibile. Il caffè è totalmente all’aperto, con le pareti bianche e azzurre tipiche del Nord del Marocco e dispone di diverse terrazze situate ad altezze diverse. Vedendolo da lontano, dal mare, probabilmente assomiglia ad un anfiteatro con i diversi piani incastonati nella roccia. Anche all’interno si respira un’ “atmosfera teatrale”…sembra di salire su un palcoscenico in cui i clienti seduti ai tavolini sono attori inconsapevoli: le famiglie che si ritrovano per godersi lo spettacolo del tramonto e il fresco della sera, le ragazze in jeans e velo colorato che si sussurrano confidenze, i ragazzi che giocano al parchis, un gioco di dadi spagnolo, le coppie che si scambiano carezze furtive. Persino i gatti, numerosissimi, sembrano avere un ruolo in questa grande commedia come spettatori silenziosi e discreti. Ma il Café Hafa è anche e soprattutto “un osservatorio dei sogni e delle loro conseguenze”, come l’ha definito il grande scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun: i giovani del luogo, spesso laureati e disoccupati (i cosiddetti diplomés-chomeurs), infatti, vengono qui a “guardare l’Europa”, che comincia di fronte a loro, e a sognare una vita diversa e un futuro migliore, che quasi sempre si traduce nella smania di partire, di lasciare il proprio paese, di andare dall’altra parte. Il caffè diventa allora la dimora privilegiata di tali sogni che qui si intrecciano e evaporano verso l’alto come il fumo denso che esce dalle pipe del kif.

Il Cafè Hafa è insomma un vero e proprio teatro di umanità, un luogo dell’anima (non a caso era caro ai poeti della beat generation e agli scrittori Paul Bowles e Jean Genet) e inoltre rappresenta una piccola finestra sul Marocco: stare seduti qualche ora ad uno dei suoi tavolini blu, infatti, permette di cogliere un’immagine molto più complessa, sfaccettata e “vera” di questo splendido paese. Al Café Hafa non si incontra il Marocco “da cartolina”, quello, per intenderci, dei souk colorati, delle medine tortuose, delle spiagge chilometriche e dei deserti infiniti, ma si qui si trova un Marocco più “quotidiano”, intessuto dei sogni, delle chiacchiere e dei gesti della gente comune. A volte, piuttosto che imbarcarsi in tour turistici fast food, superficiali e frenetici, piuttosto che collezionare luoghi come fossero farfalle, forse sarebbe meglio viaggiare con più calma, fermarsi, osservare, trovare una “miniera” e “scavare”. In questo atteggiamento, a mio avviso, si trova il senso più profondo del viaggio.

ps: ho scritto questo diario di viaggio qualche mese per partecipare ad un concorso del Corriere della Sera: non ho vinto, ma ho pensato di pubblicarlo comunque sul blog e inaugurare una serie di post-diari di viaggio che ho in mente di scrivere nei prossimi mesi..vediamo un pò che cosa ne esce!=)

Innamoratevi, dilapidate la gioia, sperperate l’allegria!

“E, aperta la camicia sullo sterno, affondasti la lingua dentro al mio cuore nudo”

Walt Whitman, Foglie d’erba

Non è mia abitudine occuparmi, in questo blog, di fatti di cronaca, ma quello che è successo recentemente alla stazione Anagnina di Roma mi ha profondamente toccata. Ricordiamo brevemente i fatti: venerdì scorso, in seguito ad una lite scaturita per futili motivi, un ragazzo italiano, tale Alessio Burtone, ha colpito con un pugno violentissimo in pieno volto l’infermiera rumena Maricica Hahaianu, la quale in seguito è morta per le conseguenze dell’aggressione. Un episodio di cronaca brutto,”stupido”, di quelli che non vorremmo sentire, ma che ci impone, a mio avviso, una riflessione più profonda sul vuoto e sull’ ipocrisia in cui sembra sprofondata l’Italia di oggi.  Innanzitutto, vorrei puntare l’attenzione sull’aggressore, un ragazzo di vent’anni che la madre e gli amici si ostinano a definire un “bravo ragazzo”, che è stato “sfortunato” a trovarsi nella situazione sbagliata, un ragazzo che qualche mese fa scriveva sul suo profilo facebook “nn ce credo ke esiste gente ke querela pe 1 destro in faccia fate ride” “a rompe i cojoni je aregge, poi se sbrokki xò kiamano le guardie… manco avessi esagerato se parla de 1 destro o spendi + de avvocato ke quello ke te do de risarcimento booooooooo”(precedente inquietante alla luce di quello che poi è successo).  Questo ragazzo, come tanti altri purtroppo (a partire dai suoi amici che dicono che è tutta colpa di quella “rumena di merda”), è il tipico “bullo”, un prodotto delle periferie degradate delle nostre città, di quella mentalità da ultras che si è infiltrata nelle teste di tanti giovani. Altro che gioventù bruciata…è una gioventù corrosa da un vuoto esistenziale, intellettuale, morale, una gioventù potenzialmente “mostruosa” . In secondo luogo vorrei mettere in evidenza il comportamento dei media e di alcuni nostri concittadini che hanno cercato, a tutti i costi, delle scusanti per quel gesto di violenza inaudita: ieri il Corriere riportava l’intervista dell’avvocato difensore del ragazzo che dichiarava “Ha avuto paura e ha reagito” e addirittura del comandante dei Carabinieri:“Non aveva capito la gravità del gesto, è sconvolto”. Si cerca se non di scusare l’assassino, di “umanizzarlo”, di rappresentarlo come un “bravo ragazzo” che non si è reso conto di ciò che ha fatto. Ma io mi chiedo: e se fosse successo il contrario? Se un rumeno avesse aggredito (e ucciso) con cotanta violenza una donna italiana? Apriti cielo, molti avrebbero invocato la pena di morte per questi “immigrati”, questi “barbari”, queste “bestie” che non condividono i nostri valori, la nostra cultura etc; ma se è un italiano a fare lo stesso gesto ci si arrampica sugli specchi in cerca di giustificazioni: forse“quella lì” se l’è andata un po’ a cercare (come ha detto un testimone e non pochi lettori di vari forum), forse lui ha perso un po’ la testa.. ma sì, in fondo, come ha detto sua mamma, deve essere un bravo ragazzo. D’altra parte non è mica un marocchino o un rumeno.

Razzismo strisciante, parzialità etica e intellettuale,  totale mancanza di empatia nei confronti di chi non è dei “nostri”: sono questi gli aspetti, emersi da questa triste vicenda di cronaca,  che più mi hanno suscitato un senso di vergogna e disgusto.

E poi penso che c’è un bambino che crescerà senza madre per colpa di un “bravo ragazzo” nostrano e mi vergogno ancora di più e mi vien voglia di chiedergli scusa.

UN RAGNO PADRONE DEL MONDO

Un ragno era intento a tessere la tela e si sentiva padrone del mondo.

Calcolava ogni sua mossa con minuziosa precisione, in attesa della preda.

Finalmente, una mosca cadde in trappola.

“Ecco”, gridò il ragno. “Ora ho cibo e nutrimento!”.

Con un balzo si avvicinò alla vittima, per succhiarle ogni goccia di sangue.

Era proprio il padrone del mondo.

Ma all’improvviso, proprio nell’allestimento del banchetto, si voltò di scatto, perché un’ombra lo fece trasalire.

Era quella di una scopa, che lo spazzò via impietosamente.

 

Leonardo Arena (a cura di), 101 storie sufi

 

foto di Louise LeGresley

 

”Aglio, menta e basilico” di Jean-Claude Izzo è un libro semplice, caldo e fragrante come il pane.

Un elogio appassionato del Mediterraneo (il “mare bianco di mezzo” come lo chiamano gli arabi), dei suoi sapori (l’aglio, la menta e il basilico, appunto) e, soprattutto, delle sue città: da Tangeri a Napoli, da Barcellona a Genova, da Alessandria a Istanbul. In una sua personale “geografia delle felicità possibili” Izzo dichiara il suo amore sviscerato per queste città mediterranee: “E ognuna di queste città, con le sue stradine strette, tortuose, pullulanti di gente, mi ha offerto i suoi colori, i suoi frutti, i suoi fiori, i gesti dei suoi uomini e lo sguardo delle sue donne”. Ma è Marsiglia, città natale di Izzo, il luogo più amato. Marsiglia “bastarda”, volgare, selvaggia, accattivante come una zingara dallo sguardo fiero e sfacciato. Marsiglia è una donna che ride forte e che si trucca troppo, è una puttana dei vicoli. Ma sta proprio in questa esagerazione il suo fascino più profondo: “Marsiglia esagera, sempre. È la sua essenza”. Spudorata ma accogliente, Marsiglia “si dà senza opporre resistenza a chi sa prenderla, amarla” a quegli uomini perduti, figli dell’esilio che qui hanno trovato casa. Hommes perdus d’autres ports, qui portez avec vous la conscience du monde…

Il libro di Izzo non è però solamente un poetico canto d’amore per il Mediterraneo, esso delinea anche una visione politica dell’ “esperienza mediterranea”, intesa come espressione di una nuova cultura aperta, meticcia, creola che si oppone al pensiero omologante e separatista del Nord (della Banca mondiale e dei capitali privati internazionali): “ Sì, guardando il mare credo che se c’è un futuro per l’Europa, un futuro bello, è in ciò che Edouard Glissant chiama ‘creolità mediterranea’”.  Izzo, al “pensiero atlantico” dominante, contrappone così un’ “alternativa mediterranea”, per la quale il “mare di mezzo” possa tornare ad essere uno spazio aperto, fluido, un ponte, un legame. Il libro di Izzo tocca così alcune tematiche di stridente attualità: viviamo infatti in un epoca “atlantica”, dominata da un capitalismo sfrenato, in cui anche il tollerante Mediterraneo sta diventando sempre più un muro tra Europa e mondo arabo, tra Oriente e Occidente e un cimitero per milioni di migranti, per quei “dannati della terra” che bussano alle porte di una Fortezza Europa sempre più impaurita e ripiegata nella sua arrogante ma fragile solitudine. In tal senso il messaggio di apertura dello scrittore francese si configura come una vera e propria boccata d’aria,  rinnovando la speranza che il Mediterraneo possa diventare un “appello alla riconciliazione”, uno spazio di connessione e di incontro.

“Lì con lo sguardo perso, innamorato, ricordo che mi sono detto che non c’è niente di più bello, di più significativo, per chi ama con lo stesso amore l’Africa e il Mediterraneo, che contemplare la loro unione in questo mare”


about me

26 anni, lettrice accanita, studentessa vagabonda, aspirante antropologa, o in alternativa, allevatrice di asini

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Quache anno fa lo scrittore tedesco Peter Schneider affermava che, nonostante la caduta del muro, la gente di Berlino continuava ad avere “il muro in testa”. La barriera reale, fatta di cemento e sabbia, era stata abbattuta ma la linea di separazione tra "noi" e "loro", tra Est e Ovest restava ancora lì, presente e viva, nella mente dei berlinesi. Ovviamente gli abitanti della capitale tedesca non erano e non sono i soli ad avere un muro in testa. Tutti inevitabilmente ne abbiamo uno, inconsistente, immateriale ma estremamente solido: è quell’insieme di idee, stereotipi, pre-giudizi, classificazioni, attraverso il quale tracciamo confini, barriere, decidiamo chi è il diverso, lo straniero, l’altro. Lo scopo del blog è quindi quello di condividere il mio personale e imperfetto sforzo, non certo di abbattere questo muro, pretesa eccessiva e illusoria, ma perlomeno di aprire una breccia, scavare tra i mattoni alla ricerca di fessure che permettano di lanciare uno sguardo a ciò che c’è dall’altra parte, a ciò che per abitudine o indifferenza, tendiamo ad escludere dal nostro orizzonte di intelligibilità, di senso, di vita.

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"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare." Tiziano Terzani

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