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“…Ma nel futuro trame di passato si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l’acqua e al gusto del salato brucia la mente
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito sempre più in fondo…”

Francesco Guccini, Odysseus

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In questi ultimi anni ho vissuto in sette città diverse. Sette vite. Una quantità indefinita di valigie, zaini, trolley trascinati faticosamente tra aeroporti, stazioni, metrò. E in ogni viaggio, ad ogni partenza, un miscuglio di sensazioni potenti e contraddittorie: l’eccitazione per la novità, il senso di libertà e di avventura si accompagnano sempre ad un’angoscia, sottile ma implacabile, che fodera lo stomaco e che fa venir voglia di annullare tutto, di restarsene a casa tra abitudini, persone e cose conosciute e rassicuranti. E in questi giorni, alle prese con l’ennesima partenza, sono di nuovo da capo: sballottata in un mare in tempesta di sensazioni, pensieri, gioie e ansie, mi domando come mai ancora non sono riuscita a “fare il callo” a questo senso di incertezza e di inadeguatezza che mi attanaglia ogni volta che varco la soglia di casa. Immersa in queste riflessioni mi sono rifugiata in libreria (come sempre quando sono un pò turbata, triste o nervosa), e curiosando tra gli scaffali, ho scovato, sovrastato e nascosto da tomi ben più voluminosi, un piccolo e “timido” libro di Andrea Semplici, “In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull’arte di partire”. Il libricino si presenta come una sorta di nota a margine di ” In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuscinski (di cui ho già parlato in qualche post precedente), ma è soprattutto una riflessione breve e folgorante sull’arte del viaggio e del partire. Le prime pagine in particolare mi hanno regalato brividi di piacere: sembrano scritte apposta per me, danno forma, come un abito fatto su misura, alle sensazioni che ho cercato di descrivervi. E ancora una volta, con meraviglia, ho dovuto constatare come i libri, oggetti apparentemente inerti e muti, hanno il potere di dare vita a inaudite risonanze e invisibili corrispondenze, alleggerendo il peso della nostra inevitabile solitudine.

“Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento. Non credete a chi si mostra deciso, privo di dubbi e incertezze. Nasconde sensazioni incomprensibili e contraddittorie. Lui stesso non vuole crederci: ha sognato e desiderato per mesi questo momento e ora come è possibile che non voglia più partire? E’ qualcosa di inspiegabile. Nasconde, dietro il sorriso, una stanchezza improvvisa, un indefinibile senso di solitudine. Nella sua testa stanno passando, come cavalli a galoppo, mille saggie ragioni che suggeriscono di non andare. La partenza è un momento di fine e di inizio. E’ necessario, crdetemi, trovare coraggio. Occore coraggio nel cancellare ogni dubbio e affrontare quel ‘momento di fare spazio al proprio sogno-bisogno’. E ne occorre tanto per sciogliere gli ormeggi e mollare la cima che ci tiene legati alla banchina. ‘Fa’ salpare il tuo sogno, ficcaci dentro la tua scarpa’, dice il poeta romeno Paul Celan.Non sempre è facile.”

Andrea Semplici, In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull’arte di partire

AUTUNNO

Le foglie cadono da lontano, quasi

giardini remoti sfiorissero nei cieli;

con un gesto che nega cadono le foglie.

Ed ogni notte pesante la terra

cade dagli astri nella solitudine.

Tutti cadiamo. Cade questa mano,

e così ogni altra mano che tu vedi.

Ma tutte queste cose che cadono, Qualcuno

con dolcezza infinita le tiene nella mano.

Rainer Maria Rilke


Pensa agli altri

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish

“…No, è impossibile; è impossibile comunicare la sensazione di vita di qualsiasi fase della propria esistenza- ciò che ne costituisce la verità, il significato- l’essenza sottile e penetrante. E’ impossibile. Si vive come si sogna- soli..”

Joseph Conrad, Cuore di tenebra

” [..]un uomo carestia, un uomo insulto, un uomo tortura

che si può colpire in ogni momento, fracassargli le

ossa, ucciderlo-ucciderlo davvero- senza dover rendere conto

a nessuno senza dover presentare scuse a

nessuno

un uomo ebreo

un uomo pogrom

un cane

un accattone[..]”

Il documentario “Il sangue verde” di Andrea Segre (andato in onda qualche giorno fa su Rai Tre) mi ha richiamato alla mente questi versi del “Diario del ritorno al paese natale” di Aimé Césaire, pubblicato nel 1939. Il grande poeta martinicano parla degli ultimi, degli esclusi del cosiddetto “Terzo Mondo”, di quei “dannati della terra” che proprio in quegli anni iniziavano ad alzare la testa per rivendicare la propria dignità ed indipendenza. Oggi però, dopo 70 anni, siamo costretti a constatare che la schiavitù esiste ancora, che ci sono ancora uomini trattati come cani perché di un colore diverso di pelle, uomini la cui vita vale poco o niente. Uomini-pogrom. Uomini-carestia. Uomini-insulto. E sono qui tra di noi ma non li vediamo o non li vogliamo vedere. Sono qui a raccogliere, per una miseria, le arance, i pomodori, i meloni,etc..tutti quei prodotti della nostra cucina, vero e proprio marchio di fabbrica dell’italianità, che orgogliosamente esportiamo in tutto il mondo. E se questi uomini osano ribellarsi ai soprusi subiti vengono umiliati, picchiati, gambizzati, uccisi come è successo a Rosarno in questi ultimi anni.

“Il sangue verde” racconta la storia di  Abraham, John, Amadou, Zongo, Jamadu, Abraham e Kalifa, sette migranti africani protagonisti della “rivolta di Rosarno” che raccontano in prima persona, da loro punto di vista, questa vergognosa pagina della storia recente italiana.

il link per vedere il documentario:

Video Rai.TV – Doc3 – Il sangue Verde.

il blog:

il sangue verde.

“Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo senza chiedere nulla.” Questa bella frase di Tiziano Terzani basterebbe a descrivere, con brevità ed efficacia, “In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuscinski. In questo testo un po’ insolito, infatti, i famosi reportage del giornalista polacco si intrecciano con le “Storie” di Erodoto, in un incessante andirivieni tra il “qui” e il “là” (in una prospettiva sia geografica che storica), un continuo “varcare le frontiere” del tempo e dello spazio tra il mondo dell’Antica Grecia e il XX° secolo.  Per Kapuscinki il capolavoro dello scrittore greco rappresenta un vero e proprio livre de chevet, un testo da leggere e rileggere, da interpretare e interrogare perché  “il libro del greco, come ogni opera veramente grande, va letto e riletto, scoprendo a ogni lettura nuovi contenuti, immagini e significati. Ogni grande libro ne contiene a sua volta degli altri, ognuno dei quali va approfondito e capito”. Ed è proprio per questo che in ogni suo viaggio, dalla Cina all’India, dal Senegal all’Iran, dal Sudan all’Algeria, Kapuscinski porta con sé il libro, compagno di viaggio silenzioso ma prezioso, e come in una sorta di rito inconscio, in ogni posto in cui si trova, lo apre e ne legge qualche pagina alla ricerca di corrispondenze tra ciò che descrive Erodoto e quello che il reporter polacco vede scorrere davanti ai propri occhi. Le “Storie” diventano così il fil rouge degli innumerevoli viaggi di Kapuscinski, una chiave d’accesso per comprendere il microcosmo delle passioni umane e il macrocosmo delle vicende storiche ed Erodoto, nonostante i secoli che li separano, si rivela per il grande giornalista polacco uno spirito affine, un’anima gemella, un individuo mosso proprio come lui “dalla curiosità del mondo, dal desiderio di esserci, di vedere e sperimentare in prima persona” e che “solo in viaggio [..] si sente se stesso e a casa propria”.  Erodoto, già considerato da molti come un storico ed un antropologo ante litteram, diventa così per Kapuscinski il primo grande reporter della storia, fonte di ispirazione e di confronto.

Il testo di Kapuscinki è un inno appassionato al viaggio e al libro e, soprattutto, alla loro viscerale compenetrazione: viaggiare e leggere sono due universi di esperienza che si intrecciano fecondamente, prolungandosi l’uno nell’altro. E a una come me che prima di partire per un viaggio (ma anche solamente per uscire di casa) si preoccupa sempre di mettere un libro in borsa o in valigia per neutralizzare l’imbarazzo della solitudine e il senso di estraneità, questo libro non poteva che risultare ricco di profonde e affascinanti risonanze.

“Ci vuol coraggio, ci vuole determinazione, ci vuole fantasia, ma le possibilità ci sono. Non è che tutte le porte sono chiuse, che il mondo è già tutto sprangato e i posti sono già presi dagli altri. Ma per nulla! Io trovo che la cosa più bella che un giovane possa fare è di inventarsi un lavoro che corrisponde ai suoi talenti, alle sue aspirazioni, alla sua gioia, e senza quella arrendevolezza che sembra così necessaria per sopravvivere. “Ah ma io non posso perché..” Tutti possono. Ma capisci quello che dico? Bisogna inventarselo! Ed è possibile, possibile, possibile.”

Tiziano Terzani, “Per i giovani” in La fine è il mio inizio


Stasera Rete Quattro dovrebbe trasmettere American History X. Io l’ho visto qualche mese fa in lingua originale e sottotitoli francesi e già vi dico che, se non lo avete ancora visto, consiglio di non perderlo. Il film mette in scena la storia di Derek Vinyard (interpretato magnificamente da Edward Norton), un ragazzo della tipica working class americana che vive in una periferia ottusa, monotona e intrisa di violenza. Derek è uno skinhead dallo sguardo allucinato del borderliner che odia tutto ciò che è diverso da lui: gli omossessuali, i clandestini messicani, gli ebrei e soprattutto i neri. Una sera, dopo un tentativo di furto da parte di tre ragazzi di colore, li massacra come se niente fosse (crudissima la scena dell’ultimo omicidio) e finisce in carcere.  Qui inizia però il suo percorso di cambiamento e consapevolezza: in prigione infatti si rende conto che il “gruppo dei nazisti”, nonostante le svastiche tatuate e le teste rasate, non rispetta pienamente l’ideologia di purezza professata, trafficando con gli altri “gruppi” tra cui i messicani e i neri. Disgustato dall’ipocrisia dei tenenti del white power Derek si allontana da loro e, come punizione, viene picchiato e violentato dai suoi ex amici. Sempre più “in crisi” e impaurito, Derek si trova senza protezione con il rischio di essere aggredito anche dai membri degli altri “gruppi”, ma inaspettattamente (dal punto di vista di Derek) un detenuto di colore prende le sue difese e in qualche modo lo salva. Ed è proprio l’incontro con questo ragazzo a segnare la definitiva svolta nella mente e nel cuore di Derek: lavorando a stretto contatto con il ragazzo nero nella lavanderia della prigione, Derek si rende conto che i “negri” sono persone come tutte le altre, con cui si può discutere, parlare, scherzare, ridere. Le scene più significative del film sono, a mio parere, proprio quelle in cui Derek e il ragazzo nero si prendono in giro reciprocamente ridendo l’uno dell’altro (e anche di se stessi). Ridere insieme permette ai due ragazzi di avvicinarsi, di entrare in contatto diretto al dì la di ogni idea precostituita e stereotipata. Ridere insieme si rivela un fortissimo antidoto contro ogni forma di razzismo mettendone a nudo la profonda assurdità e, oserei dire, disumanità. A mio avviso, questo è il messaggio più bello e potente del film, che però non prevede un lieto fine: nonostante la consapevolezza acquisita in carcere, una volta uscito, Derek dovrà scontrarsi con l’ottusità cieca e fanatica degli amici di sempre, della fidanzata e soprattutto del fratello Danny.

“L’odio è una palla al piede: la vita è troppo breve per passarla sempre arrabbiati,
non ne vale la pena”

Il tempo è come l’orlo secco
d’una foglia di faggio.
E’ la splendida veste
che Dio scagliò lontano
quando, eterno abisso,
si stancò di volare
e si nascose agli anni
finché, come radici, spuntarono
in ogni cosa i suoi capelli.

Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore

about me

26 anni, lettrice accanita, studentessa vagabonda, aspirante antropologa, o in alternativa, allevatrice di asini

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Quache anno fa lo scrittore tedesco Peter Schneider affermava che, nonostante la caduta del muro, la gente di Berlino continuava ad avere “il muro in testa”. La barriera reale, fatta di cemento e sabbia, era stata abbattuta ma la linea di separazione tra "noi" e "loro", tra Est e Ovest restava ancora lì, presente e viva, nella mente dei berlinesi. Ovviamente gli abitanti della capitale tedesca non erano e non sono i soli ad avere un muro in testa. Tutti inevitabilmente ne abbiamo uno, inconsistente, immateriale ma estremamente solido: è quell’insieme di idee, stereotipi, pre-giudizi, classificazioni, attraverso il quale tracciamo confini, barriere, decidiamo chi è il diverso, lo straniero, l’altro. Lo scopo del blog è quindi quello di condividere il mio personale e imperfetto sforzo, non certo di abbattere questo muro, pretesa eccessiva e illusoria, ma perlomeno di aprire una breccia, scavare tra i mattoni alla ricerca di fessure che permettano di lanciare uno sguardo a ciò che c’è dall’altra parte, a ciò che per abitudine o indifferenza, tendiamo ad escludere dal nostro orizzonte di intelligibilità, di senso, di vita.

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"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare." Tiziano Terzani

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