You are currently browsing the tag archive for the ‘viaggio’ tag.

 

Vorrei che dopo la mia morte si facesse della mia pelle una valigia

Paul Morand, Viaggiare

Annunci

“Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile.”

Ryszard Kapuscinski, In viaggio con Erodoto

 

Vado in Marocco..alla prossima settimana!=)

Questo diario non vuole essere un resoconto dettagliato di un viaggio, ma vuole farvi partecipi dello spirito di un luogo. Tiziano Terzani scriveva che “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa [..] e poi seguire il bandolo di una matassa e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove”. Nel mio viaggio in Marocco di qualche mese fa ho trovato la mia “miniera” nel Café Hafa di Tangeri. Hafa in arabo significa limite, confine e il nome non potrebbe essere più azzeccato per questo caffè inerpicato su un promontorio che si affaccia sulla Baia di Tangeri, e dal quale si vedono nitidamente le luci della Spagna, che dista solo 14 chilometri dalla costa marocchina. Il Café Hafa sembra, quindi, essere un luogo sospeso tra due mondi, tra cielo e mare, tra Atlantico e Mediterraneo, tra l’Africa, terra amata quanto amara, e quell’Europa così desiderata, sognata, vicina- sembra quasi di poterla toccare- ma, allo stesso tempo, così distante, inaccessibile. Il caffè è totalmente all’aperto, con le pareti bianche e azzurre tipiche del Nord del Marocco e dispone di diverse terrazze situate ad altezze diverse. Vedendolo da lontano, dal mare, probabilmente assomiglia ad un anfiteatro con i diversi piani incastonati nella roccia. Anche all’interno si respira un’ “atmosfera teatrale”…sembra di salire su un palcoscenico in cui i clienti seduti ai tavolini sono attori inconsapevoli: le famiglie che si ritrovano per godersi lo spettacolo del tramonto e il fresco della sera, le ragazze in jeans e velo colorato che si sussurrano confidenze, i ragazzi che giocano al parchis, un gioco di dadi spagnolo, le coppie che si scambiano carezze furtive. Persino i gatti, numerosissimi, sembrano avere un ruolo in questa grande commedia come spettatori silenziosi e discreti. Ma il Café Hafa è anche e soprattutto “un osservatorio dei sogni e delle loro conseguenze”, come l’ha definito il grande scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun: i giovani del luogo, spesso laureati e disoccupati (i cosiddetti diplomés-chomeurs), infatti, vengono qui a “guardare l’Europa”, che comincia di fronte a loro, e a sognare una vita diversa e un futuro migliore, che quasi sempre si traduce nella smania di partire, di lasciare il proprio paese, di andare dall’altra parte. Il caffè diventa allora la dimora privilegiata di tali sogni che qui si intrecciano e evaporano verso l’alto come il fumo denso che esce dalle pipe del kif.

Il Cafè Hafa è insomma un vero e proprio teatro di umanità, un luogo dell’anima (non a caso era caro ai poeti della beat generation e agli scrittori Paul Bowles e Jean Genet) e inoltre rappresenta una piccola finestra sul Marocco: stare seduti qualche ora ad uno dei suoi tavolini blu, infatti, permette di cogliere un’immagine molto più complessa, sfaccettata e “vera” di questo splendido paese. Al Café Hafa non si incontra il Marocco “da cartolina”, quello, per intenderci, dei souk colorati, delle medine tortuose, delle spiagge chilometriche e dei deserti infiniti, ma si qui si trova un Marocco più “quotidiano”, intessuto dei sogni, delle chiacchiere e dei gesti della gente comune. A volte, piuttosto che imbarcarsi in tour turistici fast food, superficiali e frenetici, piuttosto che collezionare luoghi come fossero farfalle, forse sarebbe meglio viaggiare con più calma, fermarsi, osservare, trovare una “miniera” e “scavare”. In questo atteggiamento, a mio avviso, si trova il senso più profondo del viaggio.

ps: ho scritto questo diario di viaggio qualche mese per partecipare ad un concorso del Corriere della Sera: non ho vinto, ma ho pensato di pubblicarlo comunque sul blog e inaugurare una serie di post-diari di viaggio che ho in mente di scrivere nei prossimi mesi..vediamo un pò che cosa ne esce!=)

“…Ma nel futuro trame di passato si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l’acqua e al gusto del salato brucia la mente
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito sempre più in fondo…”

Francesco Guccini, Odysseus

In questi ultimi anni ho vissuto in sette città diverse. Sette vite. Una quantità indefinita di valigie, zaini, trolley trascinati faticosamente tra aeroporti, stazioni, metrò. E in ogni viaggio, ad ogni partenza, un miscuglio di sensazioni potenti e contraddittorie: l’eccitazione per la novità, il senso di libertà e di avventura si accompagnano sempre ad un’angoscia, sottile ma implacabile, che fodera lo stomaco e che fa venir voglia di annullare tutto, di restarsene a casa tra abitudini, persone e cose conosciute e rassicuranti. E in questi giorni, alle prese con l’ennesima partenza, sono di nuovo da capo: sballottata in un mare in tempesta di sensazioni, pensieri, gioie e ansie, mi domando come mai ancora non sono riuscita a “fare il callo” a questo senso di incertezza e di inadeguatezza che mi attanaglia ogni volta che varco la soglia di casa. Immersa in queste riflessioni mi sono rifugiata in libreria (come sempre quando sono un pò turbata, triste o nervosa), e curiosando tra gli scaffali, ho scovato, sovrastato e nascosto da tomi ben più voluminosi, un piccolo e “timido” libro di Andrea Semplici, “In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull’arte di partire”. Il libricino si presenta come una sorta di nota a margine di ” In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuscinski (di cui ho già parlato in qualche post precedente), ma è soprattutto una riflessione breve e folgorante sull’arte del viaggio e del partire. Le prime pagine in particolare mi hanno regalato brividi di piacere: sembrano scritte apposta per me, danno forma, come un abito fatto su misura, alle sensazioni che ho cercato di descrivervi. E ancora una volta, con meraviglia, ho dovuto constatare come i libri, oggetti apparentemente inerti e muti, hanno il potere di dare vita a inaudite risonanze e invisibili corrispondenze, alleggerendo il peso della nostra inevitabile solitudine.

“Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento. Non credete a chi si mostra deciso, privo di dubbi e incertezze. Nasconde sensazioni incomprensibili e contraddittorie. Lui stesso non vuole crederci: ha sognato e desiderato per mesi questo momento e ora come è possibile che non voglia più partire? E’ qualcosa di inspiegabile. Nasconde, dietro il sorriso, una stanchezza improvvisa, un indefinibile senso di solitudine. Nella sua testa stanno passando, come cavalli a galoppo, mille saggie ragioni che suggeriscono di non andare. La partenza è un momento di fine e di inizio. E’ necessario, crdetemi, trovare coraggio. Occore coraggio nel cancellare ogni dubbio e affrontare quel ‘momento di fare spazio al proprio sogno-bisogno’. E ne occorre tanto per sciogliere gli ormeggi e mollare la cima che ci tiene legati alla banchina. ‘Fa’ salpare il tuo sogno, ficcaci dentro la tua scarpa’, dice il poeta romeno Paul Celan.Non sempre è facile.”

Andrea Semplici, In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull’arte di partire

“Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo senza chiedere nulla.” Questa bella frase di Tiziano Terzani basterebbe a descrivere, con brevità ed efficacia, “In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuscinski. In questo testo un po’ insolito, infatti, i famosi reportage del giornalista polacco si intrecciano con le “Storie” di Erodoto, in un incessante andirivieni tra il “qui” e il “là” (in una prospettiva sia geografica che storica), un continuo “varcare le frontiere” del tempo e dello spazio tra il mondo dell’Antica Grecia e il XX° secolo.  Per Kapuscinki il capolavoro dello scrittore greco rappresenta un vero e proprio livre de chevet, un testo da leggere e rileggere, da interpretare e interrogare perché  “il libro del greco, come ogni opera veramente grande, va letto e riletto, scoprendo a ogni lettura nuovi contenuti, immagini e significati. Ogni grande libro ne contiene a sua volta degli altri, ognuno dei quali va approfondito e capito”. Ed è proprio per questo che in ogni suo viaggio, dalla Cina all’India, dal Senegal all’Iran, dal Sudan all’Algeria, Kapuscinski porta con sé il libro, compagno di viaggio silenzioso ma prezioso, e come in una sorta di rito inconscio, in ogni posto in cui si trova, lo apre e ne legge qualche pagina alla ricerca di corrispondenze tra ciò che descrive Erodoto e quello che il reporter polacco vede scorrere davanti ai propri occhi. Le “Storie” diventano così il fil rouge degli innumerevoli viaggi di Kapuscinski, una chiave d’accesso per comprendere il microcosmo delle passioni umane e il macrocosmo delle vicende storiche ed Erodoto, nonostante i secoli che li separano, si rivela per il grande giornalista polacco uno spirito affine, un’anima gemella, un individuo mosso proprio come lui “dalla curiosità del mondo, dal desiderio di esserci, di vedere e sperimentare in prima persona” e che “solo in viaggio [..] si sente se stesso e a casa propria”.  Erodoto, già considerato da molti come un storico ed un antropologo ante litteram, diventa così per Kapuscinski il primo grande reporter della storia, fonte di ispirazione e di confronto.

Il testo di Kapuscinki è un inno appassionato al viaggio e al libro e, soprattutto, alla loro viscerale compenetrazione: viaggiare e leggere sono due universi di esperienza che si intrecciano fecondamente, prolungandosi l’uno nell’altro. E a una come me che prima di partire per un viaggio (ma anche solamente per uscire di casa) si preoccupa sempre di mettere un libro in borsa o in valigia per neutralizzare l’imbarazzo della solitudine e il senso di estraneità, questo libro non poteva che risultare ricco di profonde e affascinanti risonanze.

“Viviamo in un eterno dilemma esistenziale: dobbiamo scegliere se restare o andare a via. Entrambe le cose sono difficili. E il sogno di partire, di lasciare casa non muore mai”

Salman Rushdie

GIROVAGO

di Giuseppe Ungaretti

In nessuna
parte
di terra
mi posso
accasare
A ogni
nuovo
clima
che incontro
mi trovo
languente
che
una volta
già gli ero stato
assuefatto

E me ne stacco sempre
straniero

Nascendo
tornato da epoche troppo
vissute

Godere un solo
minuto di vita
iniziale

Cerco un paese
innocente

about me

26 anni, lettrice accanita, studentessa vagabonda, aspirante antropologa, o in alternativa, allevatrice di asini

ABOUT THE BLOG

Quache anno fa lo scrittore tedesco Peter Schneider affermava che, nonostante la caduta del muro, la gente di Berlino continuava ad avere “il muro in testa”. La barriera reale, fatta di cemento e sabbia, era stata abbattuta ma la linea di separazione tra "noi" e "loro", tra Est e Ovest restava ancora lì, presente e viva, nella mente dei berlinesi. Ovviamente gli abitanti della capitale tedesca non erano e non sono i soli ad avere un muro in testa. Tutti inevitabilmente ne abbiamo uno, inconsistente, immateriale ma estremamente solido: è quell’insieme di idee, stereotipi, pre-giudizi, classificazioni, attraverso il quale tracciamo confini, barriere, decidiamo chi è il diverso, lo straniero, l’altro. Lo scopo del blog è quindi quello di condividere il mio personale e imperfetto sforzo, non certo di abbattere questo muro, pretesa eccessiva e illusoria, ma perlomeno di aprire una breccia, scavare tra i mattoni alla ricerca di fessure che permettano di lanciare uno sguardo a ciò che c’è dall’altra parte, a ciò che per abitudine o indifferenza, tendiamo ad escludere dal nostro orizzonte di intelligibilità, di senso, di vita.

Share this blog

Bookmark and Share

I libri che sto leggendo

http://twitter.com/alexgovinda

Flickr Photos

"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare." Tiziano Terzani

Che giorno è?

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 28 follower