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“Più libri, più liberi. Un corno. Fate un’escursione a casa mia, o nella casa di qualunque lettore accanito, per constatarlo di persona. Della nostra libertà, i libri se ne fregano. I libri sono l’esercito invasore, il loro Lebensraum – lo “spazio vitale” dei nazisti – è l’aria stessa che respiriamo, e noi siamo i Sudeti o la Polonia. “Più libri, più liberi. Un corno. Fate un’escursione a casa mia, o nella casa di qualunque lettore accanito, per constatarlo di persona. Della nostra libertà, i libri se ne fregano. I libri sono l’esercito invasore, il loro Lebensraum – lo “spazio vitale” dei nazisti – è l’aria stessa che respiriamo, e noi siamo i Sudeti o la Polonia. “I libri avanzano nella mia casa, silenziosi, innocenti. Non riesco a fermarli”, scriveva Carlos María Domínguez in La casa de papel. Sono tanti, troppi, premono alle nostre frontiere, si acquattano in tutti gli angoli, torreggiano sul nostro comodino, ci impediscono di camminare senza calpestarli o, peggio, inciamparci. E su noi tutti bibliofili e bibliomani aleggia l’incubo più nero: quello di fare la stessa fine del compositore Charles -Valentin Alkan, che il 30 marzo 1888 fu ritrovato morto nella sua casa, schiacciato dal crollo della sua libreria. Ma anche se non saranno i nostri libri a ucciderci, possiamo star certi che ci sopravviveranno.”

da un bell’ articolo di Guido Vittiello su Internazionale: dire che mi rappresenta è poco, mi ha tolto veramente le parole di bocca!=)

 

Se volete leggere tutto l’articolo:

Internazionale » Più libri più liberi un corno.

 

 

Vorrei che dopo la mia morte si facesse della mia pelle una valigia

Paul Morand, Viaggiare

“Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile.”

Ryszard Kapuscinski, In viaggio con Erodoto

 

Vado in Marocco..alla prossima settimana!=)

UN RAGNO PADRONE DEL MONDO

Un ragno era intento a tessere la tela e si sentiva padrone del mondo.

Calcolava ogni sua mossa con minuziosa precisione, in attesa della preda.

Finalmente, una mosca cadde in trappola.

“Ecco”, gridò il ragno. “Ora ho cibo e nutrimento!”.

Con un balzo si avvicinò alla vittima, per succhiarle ogni goccia di sangue.

Era proprio il padrone del mondo.

Ma all’improvviso, proprio nell’allestimento del banchetto, si voltò di scatto, perché un’ombra lo fece trasalire.

Era quella di una scopa, che lo spazzò via impietosamente.

 

Leonardo Arena (a cura di), 101 storie sufi

 

foto di Louise LeGresley

 

In questi ultimi anni ho vissuto in sette città diverse. Sette vite. Una quantità indefinita di valigie, zaini, trolley trascinati faticosamente tra aeroporti, stazioni, metrò. E in ogni viaggio, ad ogni partenza, un miscuglio di sensazioni potenti e contraddittorie: l’eccitazione per la novità, il senso di libertà e di avventura si accompagnano sempre ad un’angoscia, sottile ma implacabile, che fodera lo stomaco e che fa venir voglia di annullare tutto, di restarsene a casa tra abitudini, persone e cose conosciute e rassicuranti. E in questi giorni, alle prese con l’ennesima partenza, sono di nuovo da capo: sballottata in un mare in tempesta di sensazioni, pensieri, gioie e ansie, mi domando come mai ancora non sono riuscita a “fare il callo” a questo senso di incertezza e di inadeguatezza che mi attanaglia ogni volta che varco la soglia di casa. Immersa in queste riflessioni mi sono rifugiata in libreria (come sempre quando sono un pò turbata, triste o nervosa), e curiosando tra gli scaffali, ho scovato, sovrastato e nascosto da tomi ben più voluminosi, un piccolo e “timido” libro di Andrea Semplici, “In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull’arte di partire”. Il libricino si presenta come una sorta di nota a margine di ” In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuscinski (di cui ho già parlato in qualche post precedente), ma è soprattutto una riflessione breve e folgorante sull’arte del viaggio e del partire. Le prime pagine in particolare mi hanno regalato brividi di piacere: sembrano scritte apposta per me, danno forma, come un abito fatto su misura, alle sensazioni che ho cercato di descrivervi. E ancora una volta, con meraviglia, ho dovuto constatare come i libri, oggetti apparentemente inerti e muti, hanno il potere di dare vita a inaudite risonanze e invisibili corrispondenze, alleggerendo il peso della nostra inevitabile solitudine.

“Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento. Non credete a chi si mostra deciso, privo di dubbi e incertezze. Nasconde sensazioni incomprensibili e contraddittorie. Lui stesso non vuole crederci: ha sognato e desiderato per mesi questo momento e ora come è possibile che non voglia più partire? E’ qualcosa di inspiegabile. Nasconde, dietro il sorriso, una stanchezza improvvisa, un indefinibile senso di solitudine. Nella sua testa stanno passando, come cavalli a galoppo, mille saggie ragioni che suggeriscono di non andare. La partenza è un momento di fine e di inizio. E’ necessario, crdetemi, trovare coraggio. Occore coraggio nel cancellare ogni dubbio e affrontare quel ‘momento di fare spazio al proprio sogno-bisogno’. E ne occorre tanto per sciogliere gli ormeggi e mollare la cima che ci tiene legati alla banchina. ‘Fa’ salpare il tuo sogno, ficcaci dentro la tua scarpa’, dice il poeta romeno Paul Celan.Non sempre è facile.”

Andrea Semplici, In viaggio con Kapuscinski. Dialogo sull’arte di partire

“…No, è impossibile; è impossibile comunicare la sensazione di vita di qualsiasi fase della propria esistenza- ciò che ne costituisce la verità, il significato- l’essenza sottile e penetrante. E’ impossibile. Si vive come si sogna- soli..”

Joseph Conrad, Cuore di tenebra

“Ci vuol coraggio, ci vuole determinazione, ci vuole fantasia, ma le possibilità ci sono. Non è che tutte le porte sono chiuse, che il mondo è già tutto sprangato e i posti sono già presi dagli altri. Ma per nulla! Io trovo che la cosa più bella che un giovane possa fare è di inventarsi un lavoro che corrisponde ai suoi talenti, alle sue aspirazioni, alla sua gioia, e senza quella arrendevolezza che sembra così necessaria per sopravvivere. “Ah ma io non posso perché..” Tutti possono. Ma capisci quello che dico? Bisogna inventarselo! Ed è possibile, possibile, possibile.”

Tiziano Terzani, “Per i giovani” in La fine è il mio inizio


DIALOGO COMMERCIALE PER AVERE ALLOGGIO

Qualunque monaco girovago può fermarsi in un tempio Zen, a patto che sostenga coi preti del posto una discussione sul Buddhismo e ne esca vittorioso. Se invece perde, deve andarsene via. In un tempio nelle regioni settentrionali del Giappone vivevano due confratelli monaci. Il più anziano era istruito, ma il più giovane era sciocco e aveva un occhio solo. Arrivò un monaco girovago e chiese alloggio, invitandoli secondo la norma a un dibattito sulla sublime dottrina. Il fratello più anziano, che quel giorno era affaticato dal molto studio, disse al più giovane di sostituirlo. «Vai tu e chiedigli il dialogo muto» lo ammonì. Così il monaco giovane e il forestiero andarono a sedersi nel tempio. Poco dopo il viaggiatore venne a cercare il fratello più anziano e gli disse: «Il tuo giovane fratello è un tipo straordinario. Mi ha battuto». «Riferiscimi il vostro dialogo» disse il più anziano. «Be’,» spiegò il viaggiatore «per prima cosa io ho alzato un dito, che rappresentava Buddha, l’Illuminato. E lui ha alzato due dita, per dire Buddha e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci, che vivono la vita armoniosa.  Allora lui mi ha scosso il pugno chiuso davanti alla faccia, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una sola realizzazione. Sicché ha vinto e io non ho nessun diritto di fermarmi». E detto questo, il girovago se ne andò. «Dov’è quel tale?» domandò il più giovane, correndo dal fratello più anziano. «Ho saputo che hai vinto il dibattito». «Io non ho vinto un bel niente. Voglio picchiare quell’individuo». «Raccontami la vostra discussione» lo pregò il più anziano. «Accidenti, non appena mi ha visto lui ha alzato un dito, insultandomi con l’allusione che ho un occhio solo. Dal momento che era un forestiero, ho pensato che dovevo essere cortese con lui e ho alzato due dita, congratulandomi che avesse due occhi. Poi quel miserabile villano ha alzato tre dita per dire che tra tutti e due avevamo soltanto tre occhi. Allora ho perso la tramontana e sono balzato in piedi per dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita».

Nyogen Senzaki e Paul Reps (a cura di), 101 Storie Zen

“Il lato peggiore del muro è quello di sviluppare in alcune persone un atteggiamento da difensore del muro, di creare una mentalità per la quale il mondo è attraversato da un muro che lo divide in dentro e fuori: fuori ci sono i cattivi e gli inferiori, dentro i buoni e i superiori”

Ryszard Kapuscinki, In viaggio con Erodoto

illustrazione di Laura Medei

IERI

“Volevamo braccia, sono arrivati uomini”

Max Frisch

(spiegando perché molti svizzeri erano ostili agli emigrati italiani contro i quali avevano indetto tre referendum)

OGGI

“Finché stanno in fabbrica va benissimo, se poi si mettono in testa di fare una vita normale sembra strano”

Riccardo Staglianò*

(riportando le parole del proprietario di una palestra in cui alcuni avventori italiani si sono lamentati per l’eccessivo numero di clienti stranieri)

“QUOTE DI IMMIGRATI”

Sarkozy: “Siamo pronti a ricevere le parti in grigio”

* Riccardo Staglianò, Grazie. Perché senza gli immigrati saremmo perduti, Chiarelettere, Milano, 2010  p.112-113

about me

26 anni, lettrice accanita, studentessa vagabonda, aspirante antropologa, o in alternativa, allevatrice di asini

ABOUT THE BLOG

Quache anno fa lo scrittore tedesco Peter Schneider affermava che, nonostante la caduta del muro, la gente di Berlino continuava ad avere “il muro in testa”. La barriera reale, fatta di cemento e sabbia, era stata abbattuta ma la linea di separazione tra "noi" e "loro", tra Est e Ovest restava ancora lì, presente e viva, nella mente dei berlinesi. Ovviamente gli abitanti della capitale tedesca non erano e non sono i soli ad avere un muro in testa. Tutti inevitabilmente ne abbiamo uno, inconsistente, immateriale ma estremamente solido: è quell’insieme di idee, stereotipi, pre-giudizi, classificazioni, attraverso il quale tracciamo confini, barriere, decidiamo chi è il diverso, lo straniero, l’altro. Lo scopo del blog è quindi quello di condividere il mio personale e imperfetto sforzo, non certo di abbattere questo muro, pretesa eccessiva e illusoria, ma perlomeno di aprire una breccia, scavare tra i mattoni alla ricerca di fessure che permettano di lanciare uno sguardo a ciò che c’è dall’altra parte, a ciò che per abitudine o indifferenza, tendiamo ad escludere dal nostro orizzonte di intelligibilità, di senso, di vita.

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"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare." Tiziano Terzani

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