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Ad un anno dai fatti di Rosarno..

Rosarno un anno dopo, tutto è rimasto come prima. “Per cambiare bisogna avere i diritti” | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano.

Corriere Immigrazione: Rosarno un anno dopo: sit-in degli africani a Roma.

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Sapesse, Contessa…

Annamaria Rivera [da Liberazione, 9 novembre 2010]

C’è una fotografia, fra le tante dei «sei della gru» diffuse in questi giorni tramite la rete, che li riprende in posa, insieme, lo sguardo rivolto verso l’obiettivo, l’espressione serena o sorridente, l’indice e il medio alzati in segno di vittoria o piuttosto di auspicio. Osservateli bene quei visi perché sono l’immagine della speranza. Non solo della propria: ottenere un permesso di soggiorno e il diritto di lavorare e vivere in pace e dignità. Ma anche di una nostra speranza: che sul terreno melmoso di questo paese corrotto e putrescente stia fiorendo una generazione meticcia di lavoratori che forse ci insegnerà di nuovo le parole che noi, analfabeti di ritorno, abbiamo dimenticato: parole semplici come pane e lavoro, dignità e rispetto, solidarietà e lotta per il diritto di vivere e di far vivere i propri cari.

Sono le parole arcaiche e concrete del tempo travolto, o solo sommerso, dalla società dello spettacolo in versione italica: nella quale una ragazza marocchina può essere umiliata e vilipesa se sceglie d’indossare un foulard; maltrattata, internata, espulsa se perde, non per sua colpa, il permesso di soggiorno; protetta, coccolata e favorita nella «carriera» da potenti lenoni mediatici e di governo se, mascherata da «velina», intraprende il mestiere più antico del mondo.

Osservatela bene la foto dei sei della gru: due pachistani, un indiano, un egiziano, un marocchino, un senegalese. Sono persone di età diverse; differenti sono anche le biografie, i livelli d’istruzione [fino alla laurea], le lingue materne, i paesi e gli ambienti sociali di provenienza, i mestieri in nero che svolgevano in attesa del permesso di soggiorno. Eppure quei sei sono uguali e uniti nella determinazione e nel coraggio, nella capacità di resistere in condizioni estreme, nella volontà di sacrificarsi per se stessi e per conto dei mille migranti di Brescia che hanno fatto richiesta di sanatoria, hanno versato nelle tasche dello Stato qualche migliaio di euro e non hanno ottenuto il permesso di soggiorno.

Grazie a questi lavoratori, destinati a divenire parte – che lo si voglia o no – del proletariato nuovo e meticcio di questo paese, da qualche tempo le parole arcaiche e semplici della dignità, dei diritti e del conflitto vanno generalizzandosi. Da Castelvolturno a Rosarno, dalla Domiziana alla gru di Brescia, fino alla Torre ex Carlo Erba di Milano, essi osano ribellarsi e rifiutare la condizione di meteci, sfidando la camorra e i caporali, il razzismo leghista e il ministro dell’Interno, nonché il putrido senso comune cresciuto fra una campagna sicuritaria e l’altra.

Ed ecco perché il ministro dell’interno si accanisce contro di loro e chi li sostiene con stile e metodo che qualcuno ha definito cileni: le violente cariche della polizia contro il presidio dei solidali, il divieto di assembramento, la caccia all’uomo per il centro di Brescia, alcuni feriti, il fermo di quattordici nativi/e e di un numero imprecisato di migranti. Probabilmente Maroni e i suoi sodali intuiscono che è finita la pacchia: i «clandestini», gli «extracomunitari», l’informe massa da internamento ed espulsione, i potenziali criminali «di colore», gli spauracchi da dare in pasto al risentimento popolare, le braccia da lavoro senza volto osano rivoltarsi e in tal modo si propongono come persone. E non solo. Il peggio è che pretendano d’insegnare che ribellarsi è giusto ed è di nuovo possibile. Ancor peggio è che vi sia una marmaglia pezzente – comunista, centrosociale, perfino cattolica e anche solidale o disperata senza aggettivi – che sembra disposta a seguire il loro esempio. Peggio di ogni cosa è che quei sei abbiano avuto l’ardire di rivolgersi al presidente della Repubblica come fosse il loro. E’ il mondo alla rovescia, signora mia, non siamo più padroni a casa nostra: ora i «negri» pretendono perfino di darci lezioni di civiltà.

Annamaria Rivera

“[..]E’ un problema nostro o è un problema di un governo che non sa dare risposte e che vuole mantenere la gente in nero perché così è ricattabile e così costruiscono l’Expo a Milano a 3 euro all’ora?”

Ho seguito decine di dibattiti sull’immigrazione, sulla clandestinità, sulla sicurezza, sul rapporto tra immigrati e delinquenza, ma queste sono le parole più belle, più vere, più giuste che io abbia mai ascoltato: lo Stato, al di là dei suoi proclami, non ha nessuna intenzione di combattere realmente la clandestinità perché ci fa troppo comodo avere a disposizione una manodopera debole e ricattabile, da sfruttare e schiavizzare. Il problema è che la maggioranza degli italiani non capisce che in questo modo si stanno erodendo i diritti, non solo dei lavoratori stranieri, ma di tutti i lavoratori e che questi ragazzi sulla gru di Brescia stanno protestando non solo per i diritti degli  stranieri, ma per i diritti di tutto noi. “Gli africani salveranno l’Italia” è il titolo di un bel libro di Antonello Mangano uscito qualche mese fa. Non so se la salveranno, sicuramente ci stanno provando. Almeno loro.

Alcuni riferimenti interessanti sul’emigrazione italiana all’estero:

– un articolo di Fortress Europe:

Fortress Europe: Quando gli albanesi eravamo noi.

-un video di una puntata di Presa Diretta sull’emigrazione italiana in Svizzera:

Video Rai.TV – Presa diretta – Quando eravamo noi….

-il sito di Gian Antonio Stella “Odissee-Italiani sulle rotte del sogno e del dolore”

Gian Antonio Stella, ODISSEE – storie di emigrazione

-un “canto della traversata” di Gualtiero Bertelli tratta dal sito “Odissee”

Navi

Navi amate pane del digiuno,
uno a uno in pensieri smarriti
speranze negli occhi di ciascuno
uno ad uno dal sogno impauriti

Navi attese giorni e notti ai moli
solitari e intorno tanta gente
storie di ricordi volti a oriente
a occidente vanno nuovi soli

Maledette navi, navi desiderate
navi sofferte, navi disperate
navi spezzate, navi danzate
navi baciate, maledette navi,
navi amate.

Navi baciate in giorni di partenze
prue accatastate di sorrisi
visi incorniciati e altri visi
persi con gli occhi verso il niente

Navi bruciate, mille desideri
mille notti scure e occhi aperti
chiusi, bestie malate, sorci neri,
alla deriva in animi deserti.

Maledette navi, navi desiderate
navi sofferte, navi disperate
navi spezzate, navi danzate
navi baciate, maledette navi,
navi amate.

Navi bagnate, lacrime salate
alte onde, grida abbandonate
silenzi nati in un bassofondo
urlati in fondo al mare più profondo

Navi disperate per cantare
giorni che lasciano sperare
asciugate dal sole che dà voce
ad una nostalgia più feroce

Maledette navi, navi desiderate
navi sofferte, navi disperate
navi spezzate, navi danzate
navi baciate, maledette navi,
navi amate.

Navi amare, partenze quotidiane
attraversate da nuove sofferenze
navi di terre sconosciute e lontane
ora quotidiane in noi presenze

Navi addolorate di sorrisi
abbracciati di notte, di sfuggita
di visi che riportano altri visi
di vita che riporta un’altra vita

Maledette navi, navi desiderate
navi sofferte, navi disperate
navi spezzate, navi danzate
navi baciate, maledette navi,
navi amate.

Navi danzate sulle spalle del vento
cavalcate in incubi notturni
soggiorni cupi, giorni senza tempo
canti sommessi, giochi taciturni

Navi spezzate all’alba della vita
dal tramonto dell’ultima illusione
dare nuove attese a una famiglia
trascinata alla deportazione

Maledette navi, navi desiderate
navi sofferte, navi disperate
navi spezzate, navi danzate
navi baciate, maledette navi,
navi amate

.

Migranti stagionali, piccole Rosarno crescono | Il Fatto Quotidiano.

beh..noi non vogliamo essere da meno..

“L’ALTRA FACCIA è uno dei video-documenti che costituirà il pre-montato del documentario che Domenico de Ceglia (Gruppo FARFA – Cinema Sociale Pugliese) e Annalisa Colucci (Gruppo RECIDIVI – Puglia e Basilicata) stanno realizzando.
La pubblicazione di questi video-documenti è sia un modo per denunciare ciò che sta accadendo, sia una maniera per ottenere nuovi elementi filmati ed eventuali segnalazioni di casi simili, da parte degli utenti del web.
Il documentario raccoglie interviste, filmati di eventi e quant’altro sta caratterizzando la vita degli immigrati nella Regione Puglia e non solo, seguendo i diversi casi e le emergenze che si sono succedute a partire dalla fine dello scorso anno.
Il lavoro si propone di documentare un anno di accadimenti cadenzati dall’avvicendarsi delle stagioni. Per questo abbiamo pensato al titolo INVERNO, PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO (E ANCORA INVERNO), che rimanda tra l’altro al grande regista coreano Kim Ki-Duk. Abbiamo seguito l’occupazione del Ferrhotel, a seguito dell’emergenza abitativa scoppiata a Bari con il sopraggiungere dell’inverno, i presidi dei gruppi autonomi alle porte del C.I.E. di Bari, la manifestazione nazionale degli immigrati, nella quale abbiamo tentato un esperimento di regia collettiva raccogliendo riprese, frammenti di realtà, interviste, esperienze da Lucca a Lecce..
Questo video-documento parla di un’altra emergenza abitativa che ogni anno scoppia nel territorio di Palazzo S. Gervasio, in territorio lucano ai confini con la Puglia, abbracciando anche l’area attorno a Spinazzola, dove centinaia di immigrati giungono per la raccolta del pomodoro.
Documenteremo queste storie fino al sopraggiungere dell’inverno, sperando in un miglioramento della condizione di questi uomini, nella fine di queste emergenze; con l’augurio che non si ripetano gli stessi eventi di un anno prima, per non denunciare la fissità di certe situazioni…”

about me

26 anni, lettrice accanita, studentessa vagabonda, aspirante antropologa, o in alternativa, allevatrice di asini

ABOUT THE BLOG

Quache anno fa lo scrittore tedesco Peter Schneider affermava che, nonostante la caduta del muro, la gente di Berlino continuava ad avere “il muro in testa”. La barriera reale, fatta di cemento e sabbia, era stata abbattuta ma la linea di separazione tra "noi" e "loro", tra Est e Ovest restava ancora lì, presente e viva, nella mente dei berlinesi. Ovviamente gli abitanti della capitale tedesca non erano e non sono i soli ad avere un muro in testa. Tutti inevitabilmente ne abbiamo uno, inconsistente, immateriale ma estremamente solido: è quell’insieme di idee, stereotipi, pre-giudizi, classificazioni, attraverso il quale tracciamo confini, barriere, decidiamo chi è il diverso, lo straniero, l’altro. Lo scopo del blog è quindi quello di condividere il mio personale e imperfetto sforzo, non certo di abbattere questo muro, pretesa eccessiva e illusoria, ma perlomeno di aprire una breccia, scavare tra i mattoni alla ricerca di fessure che permettano di lanciare uno sguardo a ciò che c’è dall’altra parte, a ciò che per abitudine o indifferenza, tendiamo ad escludere dal nostro orizzonte di intelligibilità, di senso, di vita.

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"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare." Tiziano Terzani

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