Questo diario non vuole essere un resoconto dettagliato di un viaggio, ma vuole farvi partecipi dello spirito di un luogo. Tiziano Terzani scriveva che “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa [..] e poi seguire il bandolo di una matassa e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove”. Nel mio viaggio in Marocco di qualche mese fa ho trovato la mia “miniera” nel Café Hafa di Tangeri. Hafa in arabo significa limite, confine e il nome non potrebbe essere più azzeccato per questo caffè inerpicato su un promontorio che si affaccia sulla Baia di Tangeri, e dal quale si vedono nitidamente le luci della Spagna, che dista solo 14 chilometri dalla costa marocchina. Il Café Hafa sembra, quindi, essere un luogo sospeso tra due mondi, tra cielo e mare, tra Atlantico e Mediterraneo, tra l’Africa, terra amata quanto amara, e quell’Europa così desiderata, sognata, vicina- sembra quasi di poterla toccare- ma, allo stesso tempo, così distante, inaccessibile. Il caffè è totalmente all’aperto, con le pareti bianche e azzurre tipiche del Nord del Marocco e dispone di diverse terrazze situate ad altezze diverse. Vedendolo da lontano, dal mare, probabilmente assomiglia ad un anfiteatro con i diversi piani incastonati nella roccia. Anche all’interno si respira un’ “atmosfera teatrale”…sembra di salire su un palcoscenico in cui i clienti seduti ai tavolini sono attori inconsapevoli: le famiglie che si ritrovano per godersi lo spettacolo del tramonto e il fresco della sera, le ragazze in jeans e velo colorato che si sussurrano confidenze, i ragazzi che giocano al parchis, un gioco di dadi spagnolo, le coppie che si scambiano carezze furtive. Persino i gatti, numerosissimi, sembrano avere un ruolo in questa grande commedia come spettatori silenziosi e discreti. Ma il Café Hafa è anche e soprattutto “un osservatorio dei sogni e delle loro conseguenze”, come l’ha definito il grande scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun: i giovani del luogo, spesso laureati e disoccupati (i cosiddetti diplomés-chomeurs), infatti, vengono qui a “guardare l’Europa”, che comincia di fronte a loro, e a sognare una vita diversa e un futuro migliore, che quasi sempre si traduce nella smania di partire, di lasciare il proprio paese, di andare dall’altra parte. Il caffè diventa allora la dimora privilegiata di tali sogni che qui si intrecciano e evaporano verso l’alto come il fumo denso che esce dalle pipe del kif.

Il Cafè Hafa è insomma un vero e proprio teatro di umanità, un luogo dell’anima (non a caso era caro ai poeti della beat generation e agli scrittori Paul Bowles e Jean Genet) e inoltre rappresenta una piccola finestra sul Marocco: stare seduti qualche ora ad uno dei suoi tavolini blu, infatti, permette di cogliere un’immagine molto più complessa, sfaccettata e “vera” di questo splendido paese. Al Café Hafa non si incontra il Marocco “da cartolina”, quello, per intenderci, dei souk colorati, delle medine tortuose, delle spiagge chilometriche e dei deserti infiniti, ma si qui si trova un Marocco più “quotidiano”, intessuto dei sogni, delle chiacchiere e dei gesti della gente comune. A volte, piuttosto che imbarcarsi in tour turistici fast food, superficiali e frenetici, piuttosto che collezionare luoghi come fossero farfalle, forse sarebbe meglio viaggiare con più calma, fermarsi, osservare, trovare una “miniera” e “scavare”. In questo atteggiamento, a mio avviso, si trova il senso più profondo del viaggio.

ps: ho scritto questo diario di viaggio qualche mese per partecipare ad un concorso del Corriere della Sera: non ho vinto, ma ho pensato di pubblicarlo comunque sul blog e inaugurare una serie di post-diari di viaggio che ho in mente di scrivere nei prossimi mesi..vediamo un pò che cosa ne esce!=)

Annunci