Sto leggendo “L’ identità etnica: storia e critica di un concetto equivoco”, un bel libro dell’antropologo Ugo Fabietti. Il saggio si configura come una sorta di viaggio all’interno del concetto di “etnia”, nozione che viene prima spiegata e ricostruita in una geneaologia rigorosa, e poi criticata e “decostruita” con gli strumenti dell’antropologia culturale (della “ragione antropologica”, come direbbe l’autore).  Seguendo questo itinerario di pensiero, Fabietti arriva a negare l’esistenza dell'”etnia” come “realtà empirica”, come “dato naturale”. L’etnia, secondo la tesi dell’autore,  è una “finzione”, una costruzione simbolica prodotta da determinate circostanze storiche, politiche e sociali. L’etnia è un’ invenzione, frutto di un processo di “esagerazione” della differenza culturale (un eccesso di cultura, direbbe Marco Aime) e di “estrazione” di alcuni dati da un continuum socio-culturale indistinto e sincretico. Seguendo il filo di queste riflessioni, Fabietti si sofferma sul concetto di “autenticità”. La domanda che l’antropologo si pone (e ci pone) è la seguente: “Esistono (o sono esistite) culture pure, incontaminate, autentiche?” La risposta di Fabietti (e di buona parte dell’antropologia contemporanea) è decisamente no. Non ci sono culture pure. E , molto probabilmente, non ci sono nemmeno mai state. Le culture sono da sempre il risultato di incontri, scontri, contaminazioni. Le culture sono, per loro natura, impure,  contaminate, “bastarde”.

In quest’ottica la parodia del “buon cittadino americano”, che Ralph Linton faceva leggere ai suoi studenti nel corso della prima lezione di antropologia (post precedente), ci introduce, con un stile ironico e provocatorio, a riflessioni fondamentali dell’antropologia contemporanea, che proprio attraverso questo lavoro di decostruzione di discorsi diffusi e comuni, di idee preconcette e stereotipate, “scuote” la nostra mente, mette in discussione nozioni date per scontate, svelando così il suo apporto “radicale” e critico al pensiero contemporaneo.

In  quest’ottica decostruzionista, Fabietti, ispirandosi proprio a Linton, scrive:

“Una delle molteplici ironie che segnano la storia delle relazioni europee con il resto del mondo è – ha scritto Bernand Cohn- che molti di quelli che noi riteniamo esseri degli indicatori di autenticità degli aborigeni nordamericani furono creati dal contatto con gli europei. I pali totemici che adornano i parchi delle città della costa canadese del Pacifico furono scolpiti grazie all’uso di asce metalliche; la società degli “indiani delle praterie” non sarebbe mai esistita, così come l’abbiamo conosciuta, senza il cavallo introdotto dagli spagnoli, così come le coperte e i gioielli dei navajo non avrebbero mai potuto essere confezionati senza le pecore e gli utensili portati dai conquistadores, né potrebbero essere oggi ancora fabbricati per la delizia dei turisti alla ricerca dei prodotti “autentici” dell’artigianato indiano. Appaiono così in una luce più “seria” le spiritose e ironiche osservazioni di  Linton sull’ idea che di se stesso ha il “buon cittadino medio”.

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