Ci viene continuamente ricordato che, per inserirsi con successo in una qualsivoglia carriera professionale, è necessario esibire un curriculum vitae efficace, conciso e arricchito da soggiorni all’estero, stages, summer schools. Ed è anche per questo che ho sempre attribuito grande importanza al mio cv. Ho passato ore a leggerlo e rileggerlo preoccupandomi di tradurlo in varie lingue e di compilarlo nella forma più accattivante possibile evidenziando le varie esperienze all’estero, il voto di laurea, i corsi estivi etc etc..

Negli ultimi tempi, però, ho iniziato a chiedermi quanto ci fosse di mio in quelle quattro pagine che compongono il cv: nella sfilza di date, esperienze accademiche, voti, non c’è traccia alcuna delle persone che mi hanno amata e che mi amano, della piega “strana” che prende la mia bocca quando sorrido, dell’espressione dei miei occhi quando piango, del suono della mia risata, delle mie manie, delle mie angosce, delle mie gioie…insomma non c’è traccia di tutto ciò che fa di me..me!

E questo appare piuttosto paradossale soprattutto se si considera che, secondo  l’etimologia latina originale, l’espressione curriculum vitae significa letteralmente “corso della vita”, dove curriculum può essere tradotto con “corso”, ma anche con “strada” o “cocchio, ovvero mezzo su cui intraprendere un viaggio”.

Nella sua pregnanza semantica originaria, quindi, il curriculum vitae sta ad indicare l’itinerario, il percorso, il viaggio, ma oggi con questa espressione non si intende altro che una sintesi asettica e ordinata di date e titoli che, paradossalmente, sembra essere il contrario di tutto ciò che è la vita, disordinata, scomposta, imprevedibile. E proprio mentre stavo riflettendo su quest’antitesi vita/curriculum vitae ho “incontrato” per caso una poesia, ironica ed amara, di Wislawa Szymborska  che tratta proprio di questo argomento e, cosa ancora più curiosa, nel blog (http://giovannacosenza.wordpress.com/2008/01/23/come-si-scrive-un-curriculum/) in cui la poesia è pubblicata vi è anche un commento, che mi permetto di riportare qui, di una ragazza che in poche righe ha espresso perfettamente la sensazione che ho provato dopo aver letto la poesia e che tra l’altro, per quei casi strani della vita, porta il mio stesso nome, Alessandra:

“Leggendo questi versi è facile immaginare la frustrazione di chi, come me, ha sempre fatto di tutto per arricchire il proprio curriculum. Voto di laurea, corsi di lingua, esperienze all’estero, stage prestigiosi…nella speranza che qualcuno ne tenesse conto, che qualcuno un giorno guardasse il mio cv e dicesse “però, questa ragazza”. Poi è arrivata Wislawa, che mi ha insegnato che quello che conta, alla fine, è vivere. Grazie a questa poesia ho deciso di cambiare prospettiva: le cose si fanno innanzitutto per se stessi, poi se accidentalmente finiscono su un curriculum ben venga. Ma non deve essere quello l’unico scopo.”

Ed ecco il bellissimo componimento della poetessa polacca Wislawa Szymborska:

Scrivere un curriculum

Che cos’è necessario?

È necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
è bene che il curriculum sia breve.

È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.

È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Annunci